Nel cuore di Padova, tra le aule dell’università e i corridoi degli ospedali, la questione della casa torna prepotentemente alla ribalta. La città cresce, e con lei la domanda di alloggi accessibili. Eppure, mentre ATER ha speso oltre 70 milioni di euro in manutenzioni e nuove costruzioni dal 2015 al 2020, quasi 1.500 appartamenti restano inspiegabilmente vuoti. Un quinto delle 9.000 case gestite giace inutilizzato, un paradosso che pesa come un macigno. Qualcosa non funziona: le soluzioni abitative sociali faticano a raggiungere chi ne ha bisogno. Si stanno sperimentando progetti di housing studentesco a prezzi calmierati, ma le difficoltà, tra problemi strutturali e organizzativi, non mancano. Padova si trova a un crocevia delicato: rigenerare il patrimonio storico-sociale senza perdere di vista i bisogni concreti della sua gente.
Padova ha una lunga tradizione nel campo dell’edilizia collettiva. Già nel Cinquecento si costruiva la Corte di Ca’ Lando, uno dei primi esempi in Europa di edilizia popolare pianificata, pensata per ospitare famiglie in difficoltà. Nel Novecento, il settore pubblico ha preso slancio con l’Istituto Autonomo Case Popolari e soprattutto con il piano INA-Casa, partito nel 1949. Fu una svolta: nacque una politica abitativa organizzata, realizzata in due settenni, che rispecchiava l’impegno nazionale per la ricostruzione dopo la guerra.
Padova era stata pesantemente colpita dai bombardamenti nel Secondo Dopoguerra, con distruzioni che non riguardarono solo gli edifici ma anche le infrastrutture fondamentali. Nel centro storico e nei quartieri popolari, come via Conciapelli o l’ex ghetto ebraico, si viveva in condizioni precarie, con case malsane e affollate. Nel frattempo, la crescita industriale e la crisi delle campagne spingevano migliaia di persone a trasferirsi in città, aumentando la pressione su un mercato immobiliare già fragile.
Nel difficile compito di ricostruire e sviluppare Padova dopo la guerra, due nomi spiccano: gli architetti Francesco Mansutti e Gino Miozzo . Formati rispettivamente in ingegneria e Belle Arti, iniziarono a lavorare insieme dagli anni Trenta, unendo le loro competenze in progetti sia privati sia pubblici, dall’Opera Nazionale Balilla fino alla ricostruzione postbellica.
Mansutti, attivo anche in politica e nel rilancio della professione di architetto, guidò l’Ordine per tre mandati dopo la guerra. Miozzo, invece, portava un tocco creativo, attento ai dettagli e al disegno. Il loro lavoro spaziò da edifici privati a grandi complessi di case popolari. Via Altinate, simbolo del benessere del dopoguerra padovano, conserva ancora tracce importanti del loro operato: dai Magazzini Coin agli edifici per uffici e abitazioni della società IRE, fondata da Mansutti per sostenere la ricostruzione delle zone colpite.
Gran parte dell’impegno di Mansutti e Miozzo si concentrò nelle periferie di Padova, dove contribuirono a segnare un cambiamento decisivo nell’urbanistica del secondo Novecento. L’edilizia residenziale, pubblica e privata, divenne un mezzo per la rinascita economica e sociale.
Tra i loro lavori più rilevanti ci sono gli interventi a via Conciapelli, via Goito e numerosi insediamenti finanziati da INA-Casa. Il confronto tra quartieri come via Crescini e via Forcellini mostra una chiara evoluzione: si passa da edifici isolati in spazi residui a veri e propri quartieri integrati, con servizi e infrastrutture pensati per la comunità.
Un aspetto innovativo soprattutto di Mansutti fu l’attenzione al verde urbano. Lui sosteneva che “il regno vegetale fa parte della vita” e non poteva essere solo un ornamento. Giardini, corti e percorsi immersi nel verde dovevano diventare spazi vivi, capaci di favorire relazioni sociali e continuità urbana. Nel quartiere di via Forcellini questa idea si tradusse in una rete pedonale che si intreccia con il verde, trasformando gli spazi esterni in vere e proprie infrastrutture di comunità.
Oggi, guardando a queste aree – molte delle quali sono state privatizzate o modificate per nuove esigenze abitative – si riflette sull’eredità dell’edilizia pubblica come strumento di coesione sociale.
Fino al 31 luglio 2026, a Palazzo del Monte, Padova ospita la mostra “Padova, la città che cresce: Francesco Mansutti e Gino Miozzo”. L’esposizione ripercorre la trasformazione urbana del secondo Novecento attraverso disegni tecnici, fotografie originali e materiali d’archivio conservati soprattutto nell’Archivio del ’900 del Mart.
Il progetto, promosso da Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e Fondazione Barbara Cappochin, è curato da Elena Svalduz e Stefano Zaggia dell’Università di Padova. Fa parte del calendario della Biennale di Architettura Barbara Cappochin, evento di rilievo per architettura e città.
A corollario, dal 5 giugno 2024 si è svolto un convegno dedicato al social housing, con approfondimenti sui temi dell’abitare sociale oggi. Installazioni diffuse per le vie di Padova hanno esteso la narrazione, coinvolgendo cittadini e visitatori negli spazi pubblici.
Un’iniziativa che apre uno sguardo su come l’architettura possa ancora oggi accompagnare processi di inclusione sociale e rigenerazione urbana, nel cuore della città metropolitana contemporanea.
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