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The Spirits of Maritime Crossing 2026: Mostra sul Mare tra Asia e Europa a Venezia

Il Canal Grande riflette la luce di un pomeriggio veneziano mentre, tra le sue acque, si apre uno spazio di incontro raro. Palazzo Rocca Contarini Corfù, con le sue finestre che si affacciano sul cuore pulsante della città, ospita “The Spirits of Maritime Crossing 2026”, un progetto che attraversa geografie e tempi. Non è solo arte a muoversi qui, ma storie intrecciate tra Sud-est asiatico ed Europa, un mare che non separa ma unisce. Tra memoria e presente, spiritualità ed eco-politica, questo dialogo si fa ponte, sfidando confini e raccontando culture in costante trasformazione.

Palazzo Rocca Contarini Corfù, crocevia di storie e rotte marinare

La scelta di Palazzo Rocca Contarini Corfù non è casuale. Questo edificio storico, affacciato sul Canal Grande, porta con sé il peso delle antiche rotte della Serenissima, Venezia, da sempre ponte tra oriente e occidente. Qui il mare non è mai stato un confine, ma un passaggio di culture e merci che hanno segnato identità complesse. L’allestimento valorizza questa eredità: l’acqua non divide, unisce spazi lontani, alimenta uno scambio culturale continuo. Le opere dialogano con gli ambienti del palazzo, trasformando le stanze in spazi vivi, carichi di riflessioni sull’elemento acquatico.

L’acqua tra memoria e rituale nelle installazioni

Tra le opere più significative, “Dharma Songs” di Samboleap Tol si distingue per la sua natura immersiva e partecipativa. Realizzata nel 2023, l’installazione combina un gong in ferro, elementi elettronici, foglie di banana, fiori freschi e soprattutto acqua, che diventa veicolo sonoro e simbolico. Immergendo i fiori nel gong, si attivano registrazioni vocali che evocano antenati e memorie familiari, in un rituale dove natura e tecnologia si fondono per un’esperienza multisensoriale. Non è solo un omaggio al passato, ma un sistema relazionale dove spiritualità buddhista, affetti e innovazione si incontrano nel presente.

Altro lavoro potente è “Our Islands 11°16’58.4”N 123°45’07.0”E” di Martha Atienza, video del 2017 che documenta una processione religiosa nelle isole Visayas, Filippine. Le immagini mostrano figure che attraversano il mare come fosse uno spazio sacro condiviso, ma raccontano anche una crisi ecologica pressante. L’innalzamento dei mari e i fenomeni meteorologici estremi minacciano la vita delle comunità insulari. Così il mare diventa palco di vulnerabilità e resilienza, luogo dove tradizione e urgenza climatica si intrecciano.

Creature ibride e identità fluide: i corpi che raccontano la trasformazione

In “The Spirits of Maritime Crossing 2026” il corpo è metafora di attraversamento. Le figure sono spesso ibride, anfibie, serpentine, sospese tra umano e non umano, animale e marino. Parada Wiratsawee propone due sculture in cui elementi diversi convivono, restituendo un’identità fragile, sempre in mutamento. Queste creature accolgono il visitatore come soglie viventi, raccontando l’ibridazione non come fusione armoniosa, ma come frutto di un’esposizione continua all’altro, fonte di contaminazione e vulnerabilità.

Soe Yu Nwe lavora con forme smaltate e lucenti, corpi serpenti sospesi tra dimensione umana, animale e spirituale. Le superfici iridescenti accentuano l’idea di identità porose, attraversate da storie, miti e ricordi culturali che si sovrappongono e mutano.

Pinaree Sanpitak riprende il motivo del breast stupa per esplorare il rapporto tra corpo, cura e spiritualità. Le sue sculture organiche diventano spazi di protezione e rigenerazione: attraversarle significa ritrovare un senso di comunità e guarigione, oltre la semplice separazione.

Traumi e memorie: l’eredità storica nelle opere in mostra

Tra i temi centrali emerge anche il trauma. Guerre, disastri e migrazioni lasciano tracce profonde che riaffiorano nelle immagini e nei rituali esposti.

“Sea Punishing” di Marina Abramović richiama un rituale di punizione delle acque, ispirato al racconto di Serse e rielaborato dopo il devastante tsunami del 2004 nell’Oceano Indiano. La performance video mostra un gesto ripetuto e ossessivo, che sottolinea l’impossibilità di dominare la natura. Il mare non si lascia controllare: è lui a comandare le storie umane.

Le Hien Minh affronta il trauma con un’opera dal titolo provocatorio, “Me So Horny”, frase resa celebre da un film di Kubrick ambientato in Vietnam. L’artista trasforma questo stereotipo in una scultura rituale, unendo un teschio di bufalo a un volto femminile e perle simili a rosari. La voce sonora trasforma il senso aggressivo iniziale in un canto meditativo, che rilegge la memoria storica come atto di riappropriazione culturale.

Questi lavori mostrano il trauma come ferita aperta, ancora viva nelle culture, nelle terre e nella memoria collettiva, rivelando un intreccio complesso di ferite e processi di guarigione.

Identità in movimento e dialoghi interculturali nel cuore di Venezia

L’indagine sulle identità in trasformazione attraversa anche le opere di Mella Jaarsma, Kamin Lertchaiprasert, Jakkai Siributr e Rirkrit Tiravanija, tra gli altri. Installazioni, pitture, video, sculture e performance esplorano temi come migrazione, spiritualità, memoria, ecologia e relazioni culturali.

Una pluralità di linguaggi che costruisce una trama fitta, dove il mare diventa simbolo di attraversamento continuo e patrimonio culturale condiviso, che va oltre confini geografici e temporali. Venezia, città d’acque e scambi, ospita così una mostra che parla alla sua storia, ma guarda con attenzione alle sfide del presente globale.

Redazione

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