«Cento anni e non sentirli». Lamberto Pignotti, nato a Firenze nel 1926, apre le porte di casa a Roma con un sorriso e un bagaglio di storie che attraversano decenni di poesia visiva e sperimentazione artistica. La sua energia, ancora viva, racconta di un percorso segnato da frammenti di identità, da parole e immagini che si intrecciano come in un mosaico in continuo divenire. Due mostre — una collettiva al Mart di Rovereto e una doppia personale nella capitale, dove incontra l’artista Hogre — celebrano questo traguardo unico, mettendo al centro il tema della molteplicità dell’identità. È un viaggio che svela un archivio fatto di nomi, mestieri e racconti diversi, specchio fedele di un uomo capace di reinventarsi senza mai perdere la propria voce.
L’identità di Pignotti è tutto tranne che semplice da definire. La mostra “Identikit di Pignotti e Hogre” ruota proprio intorno a questa complessità. La gallerista Rossella Alessandrucci spiega che l’idea nasce dal confronto tra Pignotti e Hogre, artista che ha scelto l’anonimato. Di fronte a questa scelta, Pignotti ha aperto il suo archivio personale, fatto di buste e lettere indirizzate a nomi e ruoli diversi: _architetto, poeta, pittore, scrittore, professore_. A volte il suo nome viene storpiato, cambiato in Alberto, Lorenzo, Mario o Giuseppe. L’archivio è organizzato con cura attorno a _“errori”_ e _“qualifiche”_, mostrando come in quelle varianti si nasconda la frammentazione della sua identità, pubblica e privata. Non si tratta solo di documenti, ma di una testimonianza viva di un’esistenza che si moltiplica in ruoli e interpretazioni diverse, in netto contrasto con la negazione di identità di Hogre. Così la mostra diventa una riflessione concreta sul senso profondo di identità, dentro e fuori l’arte.
Pignotti racconta di non aver mai saputo definire con precisione il proprio mestiere. Non si è mai riconosciuto in un unico ruolo, ma ha oscillato tra scrittore, pittore, insegnante. Questa molteplicità nasce dalla sua storia personale: figlio del pittore Ugo Pignotti, è cresciuto in un ambiente ricco di stimoli artistici, in una famiglia che coltivava l’arte in tante forme. Da bambino ha iniziato a disegnare seguendo le tracce post-impressioniste del padre, sostenuto da una zia benefattrice che gli ha permesso di studiare. Durante i bombardamenti del 1943 a Firenze, passava ore alla Biblioteca Marucelliana, nutrendo la sua curiosità con testi di filosofia, letteratura, sociologia e storia dell’arte. La sua formazione, fatta di un diploma in ragioneria e una laurea in scienze economiche, si riflette in un’arte che rompe i confini tradizionali. Pignotti definisce il suo lavoro come una _“ricreazione”_, una pausa creativa contro la noia. La poesia visiva nasce come un modo per sovvertire le categorie rigide, mescolando parole e immagini in un flusso che richiama le avanguardie del passato.
Nel 1963, insieme a Eugenio Miccini, Pignotti ha fondato a Firenze il Gruppo ’70, un collettivo che ha unito artisti, poeti e musicisti in un laboratorio di idee all’avanguardia. L’obiettivo era superare le barriere tra discipline e sperimentare nuovi linguaggi, dove parola, immagine, suono e sensazioni si intrecciavano. Nel gruppo c’erano nomi come Lucia Marcucci, Ketty La Rocca, Giuseppe Chiari e Sylvano Bussotti. Quell’esperienza ha anticipato temi oggi centrali, come la multimedialità e il lavoro collettivo nell’arte. Pignotti ricorda che allora questi progetti sembravano sperimentali, quasi utopici, ma avevano un fondamento concreto: l’arte come gioco, come svago personale che però sollevava questioni serie su identità e contaminazioni. La contestazione era forte, soprattutto a Firenze, città dal patrimonio storico rigido che Pignotti ha definito _soffocante_ nel suo formalismo. La poesia visiva si è fatta spazio come un terreno aperto, prendendo spunto da eredità culturali antiche, dal futurismo alle radici rinascimentali.
La poesia visiva, a cui Pignotti ha dedicato gran parte della sua vita, mette in discussione le vecchie distinzioni tra letteratura e arti visive. Qui parole e immagini si intrecciano direttamente, spesso coinvolgendo anche altri sensi o media, come la musica e persino la cucina, richiamando esplicitamente il futurismo di Marinetti. Questa forma d’arte sovverte codici estetici e significati tradizionali, spingendo chi guarda a un’esperienza che va oltre la vista. Pignotti sottolinea che il rapporto tra parola e immagine non è una novità assoluta: basti pensare a Leonardo o al motto _“ut pictura poesis”_. La novità sta nel cercare modi nuovi di esprimersi, che superino i limiti di una sola disciplina. Un esempio è la sua serie “Chewing Poem”, poesie da _“masticare”_ letteralmente o metaforicamente, portando la parola fuori dalla pagina e dentro l’azione, il consumo, il concreto. Questo approccio allarga di molto le possibilità comunicative dell’arte, mettendo in dialogo il presente con un passato ricco di stimoli e ispirazioni.
Le mostre di Rovereto e Roma sono così un’occasione per riflettere e celebrare Pignotti, offrendo al pubblico un percorso che mette a nudo le tante sfaccettature di un artista capace di interpretare le trasformazioni del Novecento e del nuovo millennio con rigore, gioco e passione per la sperimentazione.
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