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Jean-Marie Appriou: Il Canto Infinito in mostra a Palazzo Strozzi di Firenze fino al 2026

Quando le pesanti porte di metallo di Palazzo Strozzi si spalancano, non è solo acciaio che si muove. È una sorta di magia: le sculture di Jean-Marie Appriou sembrano respirare, quasi pronte a raccontare storie antiche e segreti nascosti. A Firenze, in questo scrigno rinascimentale, il giovane scultore francese dà forma al metallo con un’incisività rara, mescolando mito e letteratura in opere che sfidano il tempo. Qui, ogni dettaglio pulsa di simboli, ogni curva sussurra storie che travalicano l’arte stessa.

Da Brest a Firenze: il viaggio artistico di Appriou tra metallo e letteratura

Jean-Marie Appriou è nato a Brest nel 1986. La sua formazione è stata segnata dall’influenza di maestri italiani, in particolare Adalberto Mecarelli, fonditore parigino con radici italiane, che gli ha insegnato a riconoscere l’energia nascosta in ogni scultura. Da qui nasce una poetica dove la forma non è mai fine a sé stessa, ma veicolo di emozioni. Appriou si è formato in un contesto europeo ricco di stimoli, con un forte legame con la letteratura.

Il suo lavoro si ispira a testi fondamentali come “I Canti di Maldoror” di Lautréamont e la “Divina Commedia” di Dante, da cui prende spunto per il simbolismo e la struttura narrativa del viaggio tra inferno, purgatorio e paradiso. La sua ricerca estetica guarda anche a figure come William Blake, John Milton e Mary Shelley, autori che hanno esplorato mondi immaginari e universi simbolici complessi. Le sue sculture dialogano così con diversi strati di tradizione letteraria e artistica, senza dimenticare la storia dell’arte e il patrimonio culturale fiorentino.

La porta monumentale: un ponte tra passato e presente

Appena entrati nel project space di Palazzo Strozzi, si viene colpiti da una porta monumentale che pesa cinque tonnellate. Questa scultura è una vera soglia tra il presente dell’artista e l’eredità storica di Firenze, città celebre per le sue porte d’arte, dove maestri come Ghiberti e Donatello hanno lasciato il segno.

La porta richiama la lavorazione di Rodin, ma si distingue per le figure che emergono dal metallo in uno stile che sfiora il grottesco. Animali, creature fantastiche e simboli tratti dalla mitologia mediterranea ed egizia si stagliano in rilievo, creando un contrasto tra fermezza e movimento. La porta ha anche cilindri mobili, azionabili dal pubblico, che girano con un ritmo meditativo, quasi zen. Il risultato è un meccanismo che sembra vivo, legato alla ciclicità della vita e al continuo cambiamento dell’arte.

Al piano superiore, accanto all’astrazione di Mark Rothko, Appriou sceglie la forza della figurazione. Qui il metallo si fa corpo in tensione, pronto a raccontare storie con torsioni e intrecci, come nella scultura-stufa “The Key”, avvolta da un nastro di Moebius.

Metalli che vivono e sculture alchemiche: il mondo di Appriou

Appriou racconta il suo rapporto con i materiali con un’immagine forte: “È come se i metalli avessero una vita”. Il suo lavoro ricorda quello di un alchimista che trasforma elementi comuni in opere capaci di emozionare. La scultura diventa così un corpo dinamico che invita lo spettatore a un confronto diretto.

In “Canto Infinito” la presenza di oggetti di uso quotidiano avvicina ancora di più il pubblico alla poesia delle sue opere, spostando l’attenzione da una semplice esperienza estetica a qualcosa di più intimo e familiare. Un esempio è la celebre scritta “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”, tratta dalla porta dell’Inferno di Dante, che diventa il cuore della mostra. Altre sculture come “Apophis” e “Mandjet”, realizzate appositamente per questa esposizione del 2026, danno forma alla fusione tra mito e contemporaneità.

Appriou si ispira anche a artisti contemporanei come Sterling Ruby, noto per mostrare le tracce del processo creativo, con saldature e interventi manuali ben visibili. Questa scelta porta un’ironia sottile nelle sue opere, che vedono la materia come qualcosa di vivo, in continua trasformazione, capace di unire aspetti contrastanti in un linguaggio personale e coerente. La sua scultura non nasconde la fatica artigianale, anzi la celebra, dando alle superfici una forza tattile e visiva che coinvolge chi guarda.

“Canto Infinito” è così un momento importante nel dialogo tra arte antica e contemporanea, confermando Palazzo Strozzi come un punto di riferimento e sperimentazione nel panorama culturale europeo del 2026.

Redazione

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