Non è solo questione di schermi, dice Ivano Zoppi, mentre racconta il primo anno del Centro Re.Te di Fondazione Carolina a Milano. Nato per affrontare un disagio giovanile ormai sotto gli occhi di tutti, ma spesso frainteso o ignorato. Dietro l’uso problematico del digitale si nascondono ferite profonde, invisibili agli adulti distratti. Qui, ragazzi e famiglie trovano un rifugio, un luogo dove essere ascoltati davvero. Psicologia, educazione e un sostegno radicato nel territorio: questa la formula che rende il centro un modello innovativo. Dodici mesi intensi, fatti di storie, numeri e volti, di chi cerca un equilibrio in un mondo iperconnesso ma paradossalmente più solo.
Il Centro Re.Te è nato per rispondere a un bisogno reale: colmare la mancanza di servizi per ragazzi con difficoltà complesse, segnalate da famiglie e operatori in tutta Italia. Fondazione Carolina, che fino a oggi aveva lavorato soprattutto su formazione e sensibilizzazione, ha capito che non basta informare quando un adolescente si ritrova isolato o sviluppa un uso del digitale che sfocia in disturbi emotivi o comportamentali. Così, nell’aprile 2023, a Milano è stato aperto questo spazio fisico dedicato al recupero terapeutico, dove non si ferma la diagnosi ma si costruiscono percorsi personalizzati. Il centro chiude idealmente un cerchio aperto dalla tragedia di Carolina Picchio, ragazza vittima di bullismo digitale, a cui la fondazione è intitolata.
Ma il ruolo del centro non si limita alla cura del singolo. Re.Te fa da collegamento tra servizi pubblici, associazioni e figure educative, cercando di mettere in piedi una rete di supporto che funzioni davvero. Zoppi sottolinea come intervenire “a valle”, cioè quando il disagio è già evidente, sia un tassello fondamentale che si aggiunge alla prevenzione. Il centro lavora pensando a un ecosistema terapeutico che guarda ai contesti sociali, familiari e scolastici, senza affidare tutto alla cura individuale.
I giovani che arrivano al Centro Re.Te spesso vivono in una zona d’ombra difficile da definire con le categorie tradizionali. Hanno tra gli 11 e i 21 anni e presentano sintomi diversi: ritiro sociale, ansia, problemi di sonno, uso eccessivo di digitale e videogiochi, a volte anche difficoltà scolastiche. Molti non rientrano in una diagnosi precisa, ma il loro malessere interferisce pesantemente con la vita quotidiana e i rapporti con gli altri.
Per loro, smartphone e computer sono il teatro principale della crisi: più che la causa, sono il segnale di un disagio più profondo. Spesso dietro l’iperconnessione si nasconde una solitudine profonda, fatta di tanti contatti virtuali ma senza uno sguardo vero e comprensivo. Il lavoro del centro punta proprio a spostare questo “collegamento” tecnologico verso una vera connessione umana, fatta di ascolto e presenza.
Questo è il cuore dell’attività quotidiana: un mix di terapie e attività educative che tengono conto dei fattori personali e ambientali. Spesso a pesare sono scuole stressanti, famiglie in difficoltà e ambienti sociali poco accoglienti. Il modello Re.Te cerca di ricostruire legami con coetanei, adulti di riferimento e territorio, creando gruppi di sostegno per genitori e spazi protetti per i ragazzi.
L’elemento innovativo del Centro Re.Te sta nell’integrazione tra psicologia ed educazione, viste come due facce della stessa medaglia. La terapia non è un momento a sé, ma un percorso che include anche obiettivi educativi e relazionali. Psicologi ed educatori lavorano fianco a fianco, costruendo progetti su misura e adattando tempi e modi alle esigenze di ciascuno.
Questa collaborazione permette di intervenire anche su aspetti pratici della vita, come il ritorno a scuola o la partecipazione ad attività sociali e di volontariato, con l’obiettivo di sostenere il benessere emotivo e sviluppare competenze sociali. Didattica e terapia si intrecciano, superando la tradizionale separazione tra cura e riabilitazione, offrendo così una risposta più flessibile e completa. Anche l’incertezza diventa parte del percorso di guarigione.
La famiglia ha un ruolo centrale: non è solo chi riceve indicazioni, ma parte attiva attraverso i gruppi di genitori, che diventano un vero e proprio strumento terapeutico. Il benessere del ragazzo è strettamente legato a quello della rete familiare, che va accolta senza giudizi. Le esperienze condivise aiutano i genitori a gestire ansia e fatica, migliorando l’atmosfera in casa.
In dodici mesi, il Centro Re.Te ha accolto 55 giovani con problemi diversi, garantendo un accesso rapido e tempi di attesa medi di circa una settimana. L’80% presentava disturbi d’ansia o sintomi depressivi, mentre un terzo era in ritiro sociale o a rischio di abbandono scolastico. I dati dicono che nel 70% dei casi, dopo sei mesi, si sono visti miglioramenti significativi.
Dietro i numeri ci sono storie di cambiamento: dal ragazzo che ricomincia a stare con gli altri a chi scopre nuove passioni e occasioni di socialità. Sono successi diversi, spesso piccoli ma fondamentali, come ritrovare fiducia o superare una giornata difficile.
Questo primo anno ha insegnato anche che il lavoro di cura richiede pazienza e umiltà. Le famiglie più fragili hanno bisogno di accoglienza senza pregiudizi, i giovani rispondono solo a relazioni autentiche, non a soluzioni improvvisate. La collaborazione con i servizi pubblici resta fondamentale, con il centro che fa da complemento per offrire un supporto più intenso e continuo.
Guardando al futuro, Fondazione Carolina punta a far diventare il modello di Milano un punto di riferimento a livello nazionale. Sono in programma corsi di formazione e supervisione per creare una rete di centri che parlino la stessa lingua, ma tengano conto delle specificità locali. A breve sarà aperta una nuova struttura a Roma, per sperimentare sul campo la replicabilità del progetto. Questa doppia strada, tra espansione e consolidamento, risponde all’urgenza di offrire risposte strutturate al disagio giovanile di oggi.
In definitiva, la sfida più grande resta quella di ascoltare davvero i ragazzi, con pazienza e costanza, anche quando tacciono o si chiudono in sé. Solo così si può sperare in un cambiamento reale. Nessun giovane dovrebbe restare solo nella notte di un disagio che spesso si nasconde dietro uno schermo acceso.
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