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In Minor Keys alla Biennale di Venezia: la mostra che sfida la malinconia con cuciture e lentezza

Tra le calli di Venezia, dove spesso l’arte si rifugia in atmosfere cupe e riflessive, “In minor keys” spiazza. Il titolo, un sussurro di malinconia, tradisce ciò che si trova dentro: un’esplosione di vita, colori vivi, tessuti che sembrano danzare nello spazio. Il manifesto, in bianco e nero, promette un autunno spento, grigio; invece, varcando la soglia degli Arsenali e le Corderie, si viene travolti da un’energia prorompente, quasi festosa. Un secolo intero, invece di essere solo ricordato, si svela in tutta la sua vibrante complessità.

Addio al white cube: qui si celebra la manualità e il calore

Appena varcata la soglia, si capisce subito che non siamo davanti alla solita mostra. Niente pareti bianche, spoglie e rigorose come quelle a cui siamo abituati. Al contrario, dominano il blu, il rosso mattone e superfici grezze di cartone o mattoni a vista. L’effetto è caldo, avvolgente, quasi a voler invitare a un contatto più diretto con le opere. Via le linee rette e fredde del “white cube”: spazio a curve morbide e linee ondulate.

Questa scelta è un vero e proprio manifesto: “In minor keys” prende le distanze dall’antico rigore modernista. Le opere abbandonano l’astrattismo freddo della scorsa Biennale e si caricano di manualità e volume. Molti pezzi si protendono nello spazio come radici o rami, invitando a muoversi con calma tra forme generose. Il nero profondo e il verde rigoglioso dominano un dialogo che sembra una sinfonia di vita e crescita, in netta rottura con estetiche più severe.

Solo alla fine, con l’installazione di Alfredo Jaar, si avverte una cesura: il suo minimalismo scandito sembra quasi estraneo al calore delle altre opere, una pausa che stona e spiazza.

Oltre il Nord e il Sud: la Biennale che rompe vecchi schemi

“In minor keys” non è solo un’esperienza visiva, ma un progetto culturale ambizioso. Come da tradizione Biennale, questa mostra costruisce un ponte che mette in discussione la solita divisione tra Nord e Sud del mondo, Occidente e aree meno esplorate. Ricorda, in qualche modo, “Stranieri ovunque”, con cui condivide l’obiettivo di evitare letture semplicistiche.

Se in passato si è voluto dimostrare che il modernismo ha radici anche nel Sud globale, qui si fa un passo diverso: si mette in luce quanto l’arte contemporanea occidentale debba molto a un’antimodernità radicata proprio in quelle culture.

Questo legame emerge in dettagli particolari. Al Padiglione Centrale ai Giardini, un piccolo spazio ricorda l’influenza dell’arte non occidentale su figure come Marcel Duchamp. All’Arsenale, nel lavoro di Kader Attia, spicca un’immagine cucita e ripetuta: il volto afro delle Demoiselles d’Avignon, a sottolineare che non si può capire il Novecento senza riconoscere le contaminazioni tra culture.

Si capovolge così la narrazione ufficiale e si invita a pensare la storia dell’arte come una trama di incontri e intrecci, un tessuto vivo che sfugge alle semplificazioni.

Tessere e ricami: la forza tattile raccontata da Kouoh

“In minor keys” è probabilmente la prima grande mostra contemporanea che mette al centro, in modo esplicito, cuciture e ricami, sia letteralmente sia come metafora. Tessuti, fili, rammendi e intrecci si ritrovano ovunque. Questa attenzione al lavoro manuale porta l’estetica a un livello quasi fisico.

Diversa dalle mostre troppo intellettuali, Kouoh punta su una concretezza palpabile. I materiali spesso provengono da abiti usati, riassemblati e trasformati in opere che raccontano storie di identità, memoria e comunità. Tra questi spiccano i lavori di Daniel Lind-Ramos, che riesce a evocare un tempo lento, quasi meditativo, dove si percepisce quasi il respiro dei materiali e il peso della loro storia.

Questa lentezza è un invito a staccare dalla frenesia moderna e a entrare in un’esperienza che chiede calma e attenzione. I ricami e i tessuti diventano più di una tecnica: sono la chiave per un’arte che cresce con l’accumulo, la cura e la pazienza.

Natura protagonista: un richiamo costante nella Biennale 2024

La natura è un tema che attraversa tutta la mostra alla 61ª Biennale. Dall’alto, dall’osservatorio del Padiglione Centrale, lo spazio sembra un tempio dedicato a un culto animista, dove la natura non è solo sfondo, ma protagonista attiva. L’atmosfera è calda, quasi materna, un rifugio fatto di colori intensi e forme organiche.

Questo rapporto con il mondo naturale non scade nell’esotismo, ma si concentra su una vera osservazione della vitalità delle basse latitudini, dove la natura si mostra nella sua forza rigenerante. Le opere di Tammy Nguyen, Kaloki Nyamai e Rajni Perera catturano questa connessione profonda, con figure umanoidi che sembrano fondersi con foglie, alberi e terra fertile.

L’installazione “Let this be my cathedral” di Annalee Davis è un esempio emblematico: una struttura che richiama una sacralità antica, ma fatta di elementi naturali come foglie, rami secchi e tessuti. Qui il confine tra arte e natura si dissolve, trasformando la mostra in un omaggio alla Madre Terra.

Quando poi compare l’acciaio, come nei lavori di Ayrson Heráclito, si prova un leggero senso di straniamento: il metallo sembra quasi fuori posto in questo mondo calmo e ricco di materia viva.

Lentezza come resistenza: una Biennale fuori dal coro

La lentezza, tema che attraversa tutta la mostra, affonda le radici ben prima della sua creazione. Già nel 2018 la critica Barbara Rose aveva immaginato un’arte “lenta” per contrastare la frenesia che domina la produzione contemporanea. In questa Biennale quella visione prende forma. Le opere scelte si distinguono per i tempi lunghi di realizzazione e per un invito a una fruizione lenta, che spinge a una contemplazione profonda, lontana dal consumo rapido e superficiale.

Molte opere adottano forme narrative, usando video e storytelling per creare spazi immersivi e dilatati. L’invito è a rallentare, a riflettere, ad entrare nel dettaglio delle storie, come se ogni opera fosse un racconto da scoprire con calma.

Così si rompe con la spettacolarizzazione dell’arte e si sfida la cultura dell’immagine “instagrammabile”, puntando a un’esperienza che si fonda su pazienza e intensità, non sulla fretta.

Qualche passo falso: mancano momenti davvero indimenticabili

Nonostante l’ambizione e l’originalità, “In minor keys” mostra anche qualche limite. Mancano opere capaci di lasciare un segno profondo, quei “picchi” che trattengono lo spettatore oltre la breve visita. La scarsa presenza di momenti di forte impatto riduce un po’ l’effetto complessivo della rassegna.

Pur scegliendo lavori che chiedono tempo e attenzione, pochi riescono a unire questa lentezza a una forza iconica capace di restare impressa e potente anche dopo la visita.

Questa tensione sottile è difficile da superare: proporre un’arte che si prenda il suo tempo senza perdere il potere di evocazione e attrazione immediata. A volte la lentezza rischia così di diventare un limite, indebolendo la carica comunicativa e confinando l’opera in un ambito troppo intimo o specialistico.

Resta però un dato: “In minor keys” prova a rompere gli schemi, andando oltre la strada più battuta e offrendo un percorso necessario per capire come l’arte contemporanea affronta la complessità culturale e sociale del nostro tempo.

Redazione

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