Le università italiane scivolano giù nelle graduatorie mondiali, e non è una novità piacevole
L’ultimo rapporto del Center for World University Rankings ha confermato una tendenza già nota, ma che resta preoccupante: il nostro sistema accademico perde terreno, anno dopo anno. Dietro quei numeri, però, c’è molto più di un semplice calo di posizioni. C’è una realtà fatta di nodi strutturali irrisolti e decisioni che pesano come macigni sul futuro dell’istruzione superiore. Serve guardare a tutto questo con realismo, senza illusioni o facili scorciatoie.
Nel rapporto 2024 del CWUR, la Sapienza di Roma resta la prima università italiana, ma scende al 129° posto nel mondo, perdendo quattro posizioni rispetto all’anno scorso. Il ranking tiene conto di qualità didattica, ricerca, prestigio dei docenti e capacità di inserimento nel lavoro dei laureati. Ma se guardiamo oltre la vetta, la situazione è meno rosea. L’Università del Molise, per esempio, è al 1929° posto globale e solo 66° in Italia, una distanza enorme che racconta le differenze profonde tra le nostre università.
In generale, la maggior parte degli atenei italiani ha visto calare il proprio posizionamento. Se non si interviene sulle questioni di fondo, sarà difficile recuperare terreno rispetto alle università straniere più competitive. Anche le istituzioni storiche soffrono, penalizzate da tagli ai finanziamenti e altre criticità interne che si riflettono inevitabilmente nelle classifiche.
Il presidente del CWUR, Nadim Mahassen, indica chiaramente una delle cause principali del declino: i fondi scarsi o insufficienti. Anni di tagli agli investimenti in istruzione e ricerca hanno pesato sul sistema universitario italiano. Questo non solo limita la qualità dell’insegnamento, ma frena anche la capacità di attrarre talenti e sviluppare progetti di ricerca di livello internazionale.
I segni di questa carenza si vedono nella perdita di competitività e nel rallentamento delle attività scientifiche. Senza un sostegno economico adeguato, le università faticano a mantenere infrastrutture moderne e a richiamare ricercatori e studenti stranieri. È chiaro che senza investimenti continui, anche per tecnologia e didattica innovativa, il sistema rischia di rimanere bloccato.
Mahassen ricorda inoltre quanto l’università sia un bene pubblico fondamentale, spesso sottovalutato in un contesto dove scienza e formazione perdono terreno nelle politiche sociali. Dare valore all’università significa tradurre questa consapevolezza in risorse, strategie e prestigio a livello internazionale.
I dati delle classifiche vanno letti con cautela. Un confronto diretto tra atenei può essere fuorviante se non si considerano le differenze di contesto. Il sistema universitario italiano si rivolge soprattutto a studenti nazionali; questa scelta limita l’attrazione di studenti stranieri, un elemento chiave per la reputazione e la qualità riconosciuta negli atenei top nel mondo.
Inoltre, il rapporto tra formazione universitaria e mercato del lavoro non è sempre lineare. L’occupabilità spesso non rispecchia le aspettative, complicando la valutazione complessiva del sistema. Prendere le classifiche come unico metro rischia di ridurre università complesse a semplici numeri, senza coglierne il ruolo sociale, culturale e formativo.
Il calo nelle posizioni non è soltanto una questione di valore, ma un segnale che invita a una riflessione più ampia, che metta insieme dati e realtà sociali.
Il nodo più difficile da sciogliere è se l’università italiana possa davvero competere a livello globale. Con la migliore università al 129° posto, è chiaro che restiamo lontani dai primi della classe. L’accesso ai fondi, le politiche di reclutamento, le collaborazioni internazionali e l’attrazione di studenti stranieri sono fattori decisivi per scalare la classifica.
I numeri del Ministero dell’Università per l’anno accademico 2024-2025 parlano chiaro: su circa 360mila immatricolati, solo 20mila sono studenti internazionali con titoli conseguiti all’estero. Un dato che sottolinea quanto il nostro sistema rimanga fortemente orientato al mercato interno, a differenza delle università di eccellenza che puntano a un bacino globale.
Anche il mercato del lavoro pesa. L’Italia ha troppi laureati rispetto alle offerte di lavoro qualificate e molti occupano posizioni al di sotto del loro titolo di studio. Questo spinge molti giovani a cercare fortuna all’estero, lasciando le università italiane con la difficile eredità della “fuga dei cervelli” e di un divario tra formazione e domanda reale.
Dietro la polemica sulle classifiche emerge un problema più profondo: qual è il vero ruolo dell’università? Non si tratta solo di preparare lavoratori o migliorare numeri sull’occupazione. L’università deve essere un luogo di cultura, di formazione critica, dove si impara a pensare con la propria testa e a distinguere tra conoscenza e opinione.
Negli ultimi anni, la spinta verso la specializzazione e risultati immediati ha appiattito questa dimensione. La laurea è diventata spesso un passaggio formale, non una tappa significativa di crescita personale. Scuola e università dovrebbero essere spazi in cui si costruisce un’identità forte e consapevole, in relazione con il mondo intorno.
Serve quindi un cambio di passo che riporti al centro valori culturali e sociali, oltre al solo aspetto economico. Questo non significa solo più soldi, ma una nuova attenzione alla vera missione dell’università.
Le classifiche internazionali premiano efficienza e risultati misurabili, ma non tengono conto di tutto. Se si considera l’università solo come un trampolino per il lavoro, si perde di vista il suo ruolo educativo e civico. Nonostante i problemi, il sistema universitario italiano ha davanti a sé una sfida di identità e di posizionamento nel mondo.
I nuovi criteri di valutazione dovranno includere anche il valore umano, etico e sociale della formazione. Solo così si potrà pensare a una crescita reale, che unisca investimenti concreti e una visione culturale più ampia.
Le università italiane si trovano in un momento delicato, dove numeri e cultura si intrecciano. Come sapranno affrontare questa sfida determinerà il loro peso nel panorama globale nei prossimi anni.
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