Nel 2012, davanti alla Cattedrale di Kazan a San Pietroburgo, Pyotr Pavlensky si presentò con le labbra cucite. Un’immagine forte, che fece rapidamente il giro del mondo. Non era solo una performance, ma una sfida diretta al potere — un gesto che non poteva passare inosservato. Quel silenzio forzato voleva squarciare il velo dell’autorità, provocando una reazione che coinvolse polizia, media e tribunali. Pavlensky ha costruito la sua arte proprio su questo: non un semplice spettacolo da ammirare, ma un’arma che costringe chi comanda a esporsi, a rivelarsi. Per lui, l’opera autentica si misura in base a cosa il potere è costretto a mostrare quando viene messo alle strette.
Il corpo come arma: l’arte tra soggetto e potere
Pyotr Pavlensky chiama la sua pratica “subject-object art“. Nel suo libro uscito a dicembre 2023, Subject-Object Art Theory, spiega perché rifiuta l’etichetta di “arte politica”: ormai troppo usata e svuotata di senso. Per lui, definire tutto “politico” significa perdere di vista il vero nodo, cioè la relazione tra l’individuo e il potere. La provocazione non finisce con la performance, ma continua nella risposta delle istituzioni. Il corpo, nelle sue azioni come Seam o Carcass, diventa il terreno su cui il potere si manifesta, cerca di bloccare, censurare o mettere a tacere. Non si tratta solo di mostrare un corpo ferito, ma di far vedere come il sistema reprime il dissenso.
Da allora a oggi, anche dopo l’esilio in Francia, la sua posizione non è cambiata. Anzi, Pavlensky sottolinea che la sensazione di oppressione vissuta in Russia è presente, in modo diverso ma non meno reale, anche in Occidente. Gli artisti, anche nei paesi democratici, si trovano a fare i conti con forme più sottili di censura e controllo.
Non solo Russia: repressione e controllo anche in Europa
Partito dalla Russia alla fine del 2016, Pavlensky mette in luce somiglianze tra la repressione russa e quella francese. Dal 2022 la censura in Russia è diventata ancora più dura, ma i meccanismi di controllo sulle voci critiche sono simili in entrambi i paesi. La differenza sta nel modo: in Francia la repressione è più sofisticata, meno violenta ma più efficace nel silenziare senza fare troppo rumore. Pavlensky racconta come l’arte contemporanea venga spesso usata in Francia come uno strumento di propaganda, per diffondere idee mascherate da simboli e materiali nuovi.
Un caso emblematico è la nomina di Serge Lasvignes, ex ufficiale dei servizi segreti, a capo del Centre Pompidou dal 2015 al 2021. Un segnale chiaro di quanto le istituzioni culturali, che dovrebbero essere spazi di libertà, siano invece legate a strategie di potere e controllo.
Esilio e arte: la libertà negata nella patria della cultura
L’esilio in Francia non ha portato a Pavlensky la libertà sperata. Anzi, dall’esterno le sue pratiche artistiche spesso finiscono per essere incanalate in ruoli funzionali al sistema politico. Gli artisti vengono assorbiti in un circuito che limita la loro vera autonomia, trasformandoli più in strumenti di sostegno ideologico che in voci di opposizione. La repressione cambia forma: meno visibile ma più invasiva.
Anche le campagne mediatiche contro Pavlensky, soprattutto dopo l’opera Pornopolitics, lo dimostrano. Tra cause legali e disinformazione, si è cercato di minarne la credibilità e il messaggio politico. Nonostante tutto, l’artista continua a rivendicare la forza dei suoi lavori contro ogni tentativo di censura.
Dove si nasconde il potere oggi, secondo Pavlensky
Quando gli viene chiesto dove stia oggi il potere nelle democrazie occidentali, Pavlensky evita di indicare un bersaglio preciso. Il potere è un sistema complesso che plasma il senso stesso della sua arte. Non ci sono più nemici da affrontare faccia a faccia, ma routine e meccanismi che assorbono e neutralizzano qualsiasi dissenso, anche quello artistico.
L’arte soggetto-oggetto nasce proprio per trasformare la realtà in immagini capaci di costringere il potere a muoversi. Non è fatta solo per essere vista o ammirata, ma è un gesto che svela le reti di controllo e le mette alla prova.
Tra definizioni e nuove sfide: il futuro dell’arte di Pavlensky
Dopo oltre dieci anni di azioni e performance, Pavlensky ammette che l’arte soggetto-oggetto ha bisogno oggi di un linguaggio più chiaro e di modi espositivi più adatti. Il suo ultimo libro vuole mettere le basi per questo, spiegando cosa rende unica e potente questa forma di arte.
Migliorare la qualità delle mostre è fondamentale, perché senza un contesto adeguato, la forza delle sue azioni rischia di perdere impatto. È la sfida di come il sistema culturale assorbe e trasforma ogni provocazione.
Il gesto che sfida il potere: ancora possibile o sempre più raro?
La domanda se esista ancora un gesto artistico che sfugga al controllo del potere trova in Pavlensky una risposta concreta ma determinata. Riconosce le difficoltà, le pressioni e i tentativi di cancellare le sue opere, così come i controlli sempre più sofisticati. Tuttavia, crede che l’arte non sia ancora completamente schiava del potere.
La sua esperienza mostra come il cambiamento più profondo nasca proprio nel confronto tra gesto e reazione delle istituzioni. Non si tratta solo di resistere simbolicamente, ma di costringere il potere a mostrarsi nelle sue contraddizioni e debolezze, prima ancora di poterlo sfidare davvero.
