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Milano, la Fondazione Enrico Castellani apre eccezionalmente con la mostra intergenerazionale di Luisa Lambri

Varcare la soglia della Fondazione Enrico Castellani a Milano è come entrare in un’altra dimensione. Non solo per le opere, ma per quel senso palpabile di memoria artistica che avvolge lo spazio. Mentre molti archivi d’artista restano chiusi, accessibili solo su appuntamento e per pochi, qui la mostra “Luisa Lambri. Ipotesi di visione. Dialogo con Enrico Castellani” spalanca le porte fino al 10 giugno. Un’occasione rara, un vero dialogo tra la pittura concettuale di Castellani e la fotografia riflessiva di Lambri, dove passato e presente si fondono e si sfidano.

L’Archivio Enrico Castellani: una storia di passione e rigore

L’Archivio Enrico Castellani non è nato per caso, né da un rigido progetto istituzionale. La sua nascita definitiva risale alla fine degli anni ’90, quando l’organizzazione degli archivi d’artista era ancora un terreno poco esplorato. Dietro la sua creazione c’è un percorso lungo, che mescola sentimento e rigore: da un lato, il desiderio di preservare con affetto la memoria dell’artista; dall’altro, la necessità di mettere ordine in modo preciso tra opere e documenti.

Con il tempo, l’attenzione crescente del mercato e della critica internazionale ha spinto l’Archivio a evolversi, fino alla trasformazione in Fondazione nel 2013. Da allora, non si occupa solo di tutela, ma anche di valorizzazione e gestione integrata dell’opera e del nome di Castellani. Un passaggio fondamentale, che ha separato la dimensione creativa dall’ente preposto a custodire e trasmettere la memoria artistica, garantendo così un punto di riferimento stabile per studiosi, collezionisti e critici.

Questo sviluppo ha permesso di approfondire la conoscenza di Castellani, trasformando l’Archivio in una piattaforma che va oltre la semplice catalogazione, offrendo nuovi spunti di lettura e studio su un maestro che ha segnato la pittura moderna.

Quando la fotografia incontra la pittura: Lambri e Castellani a confronto

La mostra in corso è più di una semplice esposizione: è un vero e proprio dialogo tra due generazioni. Luisa Lambri, fotografa di fama internazionale, si misura con l’eredità di Castellani senza inseguire una cronologia, ma puntando su una sintonia di sguardi e processi creativi.

La Fondazione ha sempre puntato su accostamenti audaci, mettendo Castellani a confronto con artisti come Carl Andre e Frank Stella. Questa volta sceglie invece un interlocutore contemporaneo, con cui costruire un confronto diretto e vivo. Lambri si lascia ispirare dalla ricerca spaziale di Castellani e dal suo superamento della bidimensionalità con le superfici a rilievo; al tempo stesso, condivide con lui l’attenzione per la luce, l’architettura e i modi in cui percepiamo lo spazio.

Il dialogo tra le opere invita a riflettere su cosa significhi “andare oltre”: Castellani ha rotto i confini tradizionali della pittura, spingendosi al di là della tela, mentre Lambri trasforma la fotografia da semplice documento a esplorazione dello spazio e della luce. Due linguaggi lontani nel tempo, ma vicini nell’approccio, che danno vita a un percorso ricco di rimandi e suggestioni. Un’occasione che non interessa solo gli addetti ai lavori, ma anche un pubblico curioso di capire come memoria e innovazione possano incontrarsi.

Lo spazio che parla: l’allestimento tra opere e ambiente

Uno dei punti di forza della mostra sta proprio nel modo in cui è stata pensata e allestita. Luisa Lambri ha partecipato direttamente al progetto espositivo, permettendo di creare uno spazio dove le sue fotografie e le superfici di Castellani si riflettono e si completano a vicenda. Luci, ritmo delle opere, spazi vuoti: tutto è calibrato per catturare l’attenzione e far emergere dettagli piccoli ma carichi di intensità.

I lavori di Lambri, con i loro sguardi attenti su pareti, angoli e superfici architettoniche, entrano in dialogo con le strutture materiche e geometriche di Castellani, rivelando nuove dimensioni e prospettive. I rilievi delle tele si rispecchiano negli scatti fotografici, costruendo un’unità che supera la somma delle singole parti, trasformando la mostra in un’esperienza artistica collettiva e originale.

La Fondazione tiene a sottolineare che lo spazio non è solo un contenitore, ma parte integrante dell’opera: ogni dettaglio è pensato per creare sinergie inattese e coinvolgere emotivamente chi visita. Questa fusione tra opere e ambiente riporta al centro il vero ruolo di un archivio d’artista: non solo custode, ma luogo vivo di trasmissione culturale e stimolo creativo.

La mostra resta aperta fino al 10 giugno in via Pietro Maroncelli 19 a Milano, offrendo un raro momento di incontro e riflessione attraverso due sguardi che, pur distanti nel tempo, valorizzano il patrimonio dell’arte contemporanea.

Redazione

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