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Matteo Musa di Fitprime: come la disciplina da rugbista ha guidato il successo imprenditoriale senza cedimenti

Il rugby mi ha insegnato più di quanto immaginassi, racconta Matteo Musa, cofondatore di Fitprime. Dietro al successo della sua startup, infatti, c’è una battaglia quotidiana che pochi vedono. Guidare un’impresa è un percorso irto di ostacoli, ma per lui è stata la disciplina sportiva, insieme a un lavoro psicoterapico iniziato anni prima, a fare la differenza. Non si tratta di sacrifici estremi o di spingersi oltre il limite fino al collasso: è piuttosto una questione di equilibrio, di saper dosare energie e recupero. Matteo ha dovuto destreggiarsi tra raccolte fondi complicate, una pandemia globale, la responsabilità di cento dipendenti e la costruzione della propria famiglia, senza mai perdere se stesso. Un percorso duro, certo, ma anche un esempio di come metodo e tenacia possano salvare un’impresa e la mente.

Dal campo al business: il rigore del rugby che diventa impresa

Dopo vent’anni nel rugby agonistico e semi-professionistico, Matteo Musa ha portato quella stessa determinazione nel mondo delle startup fondando Fitprime nel 2015. Non è stata una rottura, ma una naturale evoluzione. La dedizione di un tempo – con allenamenti quotidiani e partite ogni domenica – gli ha lasciato la capacità di reggere ritmi intensi per lunghi periodi, ma soprattutto il senso di un percorso da costruire passo dopo passo, investendo su sé stessi. Quando a trent’anni ha lasciato il rugby, Fitprime ha preso il posto della fatica fisica con quella imprenditoriale. Lavorare dieci-dodici ore al giorno non pesava, perché richiamava lo stesso spirito dell’agonismo: “Due allenamenti al giorno e la partita che contava tutta la settimana”.

Nei primi anni, dall’avvio fino all’ingresso nella famiglia, ha riversato tutte le sue energie nella startup, mantenendo però un equilibrio che non sacrificava la vita personale. Allenamenti regolari, cura dell’alimentazione e attenzione al corpo erano parte della routine. Lo sport gli ha dato strumenti preziosi per recuperare e mantenere la mente lucida, fondamentali nei momenti più difficili come la raccolta fondi o lo scoppio della pandemia. Lo stress e la confusione non gli hanno mai intaccato il corpo, anzi, spesso hanno rafforzato la sua determinazione.

Psicoterapia e famiglia: il passaggio decisivo per il benessere oltre il lavoro

Non tutto è stato semplice in quella vita da founder. Quando ha smesso di giocare a rugby, è venuto meno anche il legame sociale che quel mondo offriva – spogliatoi, compagni, allenamenti condivisi – lasciandolo con un bisogno crescente di costruire nuove relazioni affettive. Ma dedicarsi completamente all’azienda rendeva questo passaggio complicato. Dopo qualche anno, ha capito che serviva un aiuto e ha iniziato un percorso di psicoterapia durato due-tre anni, che ha coinciso con l’inizio della sua attuale relazione, dalla quale sono nati due figli.

Durante la terapia, Matteo ha scoperto di avere il ruolo di “fratello forte”, quello che regge tutto da solo, senza appoggiarsi a nessuno. Questa identità lo ha aiutato in azienda, ma lo limitava nelle relazioni personali. Grazie al lavoro terapeutico, è riuscito a superare quel muro, aprendo il cuore e costruendo un equilibrio nuovo. Oggi, con la famiglia e la compagna, trova un bilanciamento che integra lavoro e vita privata, spesso trascurato nei founder.

Modulare le energie: come bilanciare famiglia e lavoro

Con la crescita di Fitprime e l’arrivo della famiglia, Matteo ha dovuto rivedere il suo modo di lavorare e di prendersi cura di sé. Prima poteva reggere ritmi intensi senza compromessi, ora ha scelto di modulare il tempo dedicato alle sue abitudini salutari, senza però abbandonarle. Gli allenamenti sono passati da quattro-cinque volte alla settimana a uno-due, mentre la cura dell’alimentazione è rimasta una costante.

Una distinzione chiave per lui è tra pratiche di benessere che richiedono tempo e altre che dipendono solo dall’attenzione. Alimentazione e sonno, per esempio, non occupano molto tempo ma vanno gestiti con consapevolezza. Anche trovare il giusto spazio tra lavoro e famiglia è fondamentale. Matteo usa una metafora semplice ma efficace: i “quattro fornelli” della vita – salute, famiglia, lavoro e amici – non si possono tenere accesi tutti al massimo insieme. Ma non vanno mai spenti del tutto, solo modulati. Spegnerli rischia di far perdere il ritmo e la concentrazione.

Nel quotidiano, gestisce il lavoro in modo flessibile, sfruttando i momenti liberi tra una riunione e l’altra, senza trascurare la famiglia. Questo gli consente di mantenere un equilibrio sostenibile anche quando le cose si fanno intense.

Separare i ruoli: la chiave per non far esplodere lo stress

Un’altra strategia fondamentale per Matteo è tenere distinti i diversi ambiti della vita. A casa non porta stress o ansie del lavoro. Le tensioni professionali le gestisce da solo o con il terapeuta, evitando che influenzino la relazione con la compagna e i figli. Perfino in vacanza, il computer c’è, ma lo apre solo in momenti precisi e ben delimitati, rispettando gli spazi condivisi.

Questa separazione non è una questione di principio, ma di sopravvivenza emotiva. Lasciare che il lavoro invada il tempo familiare significherebbe spegnere prima del dovuto il “fornello” della famiglia. Così la coppia e la casa restano un punto saldo, un rifugio che sostiene il benessere complessivo.

Vivere con più opzioni: la regola per evitare il burnout

Un’altra regola che Matteo segue è “vivere per opzioni”. Ogni scelta, in famiglia come in azienda, è presa pensando a lasciare aperte più strade per il futuro, per non ritrovarsi in un vicolo cieco. Che si tratti di comprare casa, decidere una strategia o organizzare la vita dei figli, l’obiettivo è mantenere margini di manovra e ridurre le pressioni.

Questo modo di pensare evita la trappola del “tutto o niente”, spesso causa di burnout. Tenere aperte le alternative alleggerisce il peso delle decisioni e aiuta a mantenere il controllo. Sapere di non essere intrappolati dà una tranquillità che si traduce in una maggiore capacità di affrontare lo stress.

Il recupero non è un lusso, ma una necessità

Il principio che Matteo ha fatto suo, passando dallo sport all’impresa, è che recuperare non è un optional, ma parte fondamentale della performance. Nel rugby, prendersi cura del corpo dopo lo sforzo è routine: bagni di ghiaccio, indumenti speciali, sonno di qualità. Ogni azione di recupero è parte dell’allenamento.

Nelle startup, lavorare dieci-dodici ore al giorno regge solo se il resto del tempo è dedicato a ricaricarsi. Senza recupero, la produttività cala e il rischio di esaurimento cresce. Per questo Matteo dice che le ore fuori dal lavoro non sono mai sprecate, ma indispensabili per preparare la mente alle sfide successive.

Spesso, le idee migliori nascono proprio durante le pause o le vacanze, quando la mente è libera di lavorare in modo creativo. È un fatto biologico: un cervello riposato crea connessioni nuove che sotto stress non emergono. Il successo di Matteo si basa anche su questa verità: chi non recupera, prima o poi si ferma.

Oggi Matteo Musa è un punto di riferimento nel mondo startup, guida un team di migliaia di persone e porta con sé i valori di disciplina e cura personale coltivati fin da giovane nello sport. La sua esperienza offre spunti concreti a chi vuole fare impresa senza sacrificare la salute mentale e la vita privata. Un esempio di come si possa costruire una realtà in crescita senza spezzarsi lungo la strada.

Redazione

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