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Davide Groppi, il maestro italiano del lighting design che trasforma la luce in poesia

Nel 2010, una piccola apertura nel soffitto illuminava uno spazio con un fascio di luce così intenso da ricordare un quadro di Caravaggio. Quella lampada, chiamata “Nulla”, non è solo un oggetto: è l’essenza del lavoro di Davide Groppi, un maestro che da quasi quarant’anni scolpisce la luce con rigore e poesia. A Piacenza, nella silenziosa cornice dell’ex basilica, la sua prima mostra antologica prende forma. Qui, tra prototipi e modelli, si svela un universo di luci calibrate, nate per non urlare ma per parlare sottovoce, con forza e precisione. In un mondo del design spesso sopra le righe, Groppi sceglie il contrario: il silenzio, la sottrazione, la purezza della luce. È un viaggio dove meno è davvero più, e dove ogni raggio racconta una storia.

“Un’ora di luce”: luce e tempo in un luogo denso di storia

Piacenza, 2024. La galleria Volumnia, guidata da Enrica De Micheli, si trova in una chiesa del tardo Cinquecento, una costruzione imponente con cinque navate, più grande del Duomo, e un passato travagliato: sconsacrata ai tempi di Napoleone, trasformata in caserma e ospedale. Un ambiente carico di storia che diventa il palcoscenico perfetto per il dialogo tra la luce di Groppi e l’architettura antica. “Un’ora di luce” è un titolo che nasce dall’idea di Sammicheli e porta con sé più significati. È un invito: prendersi sessanta minuti per scoprire un percorso fatto di luci e sottrazioni. Ma è anche una riflessione sul tempo e sullo spazio, dimensioni sfuggenti, e sul bisogno di trovare calma in un presente spesso incerto. Groppi regala a chi entra uno spazio di stupore e quiete, un cuore luminoso lontano dal trambusto del mondo.

L’allestimento somiglia a un piccolo borgo immaginario, fatto di ombre e luci, con volumi sospesi e “muri abitati” dove il visitatore può smarrirsi e ritrovarsi. All’ingresso, un colpo d’occhio: una grande “Moon”, la famosa lampada di carta, che porta lo sguardo verso un cielo simbolico, popolato di stelle e satelliti. Leggerezza, senso cosmico e rimandi allo spazio aperto attraversano tutta la mostra, invitando a guardare oltre il semplice oggetto illuminante.

Da un piccolo laboratorio a un nome conosciuto in tutto il mondo

Tutto comincia negli anni Ottanta a Piacenza, quando Davide Groppi, appena ventiduenne, apre un laboratorio minuscolo di soli 25 metri quadrati. Qui inizia a confrontarsi con la materia e con l’idea di luce in tutte le sue sfumature. Cresciuto in una famiglia dove il padre gli trasmette la passione per il lavoro manuale e l’attenzione ai dettagli, Groppi affronta i primi anni con fatica e pazienza, cercando di trovare una sua strada nel mondo del design. Il suo obiettivo è dare forma a una luce che racconti emozioni nascoste.

Negli anni Novanta arriva la svolta. Groppi capisce che aspettare non serve: prende carta e penna e realizza il suo primo catalogo, con solo tre lampade. Parte così a bordo della sua Dyane 6, da Piacenza a Rimini, visitando negozi di arredamento e illuminazione. Così costruisce una rete di clienti e amici fidati, dove provare nuove idee.

La vera rivoluzione arriva con i led, tra il 2007 e il 2008. All’inizio guarda questa tecnologia con diffidenza, vedendovi piccoli insetti. La nostalgia per la lampadina tradizionale e il suo fascino romantico lo trattengono. Ma presto si apre una nuova strada: la luce può assumere forme prima impossibili. Nasce così “Nulla”, probabilmente la prima lampada sul mercato che sfrutta il carattere monodimensionale del led, con un foro nel soffitto da cui parte un raggio di luce caravaggesco.

Quella lampada segna un nuovo capitolo: Groppi decide di seguire solo la sua sensibilità, eliminando tutto ciò che distoglie dall’essenza della luce. Le altre due lampade chiave, “Infinito” e “Pablo”, rappresentano rispettivamente la luce diretta, quella indiretta e quella diffusa: un omaggio alle qualità tonali e formali che guidano il suo lavoro.

Tra arte e tecnica: ispirazioni e incontri decisivi

La ricerca di Groppi va oltre il design industriale. Tra i riferimenti più importanti c’è Ingo Maurer, scoperto sfogliando riviste e incontrato casualmente a Monaco. Maurer è un maestro dell’ironia e della trasgressione, un modello che ha influenzato Groppi senza snaturarne la sobrietà.

Negli anni 2000, Maddalena De Padova ha giocato un ruolo centrale, ospitando “40 Baloo” nel suo spazio a Milano. Groppi si definisce una spugna che assorbe stimoli umani e culturali, ovunque li trovi.

Tra le figure che più lo hanno segnato ci sono il rigoroso Dieter Rams, la drammaticità di Caravaggio, le geometrie degli artisti americani Donald Judd, Sol LeWitt e James Turrell, e i paesaggi materici di Fausto Melotti, Ettore Spalletti e Alberto Burri. Questi influssi, anche se non esplicitati nella mostra, si sentono in ogni sua creazione.

La sua giornata è fatta di sperimentazione continua: accanto all’ufficio ha una camera oscura per giocare con il buio totale, mentre nel laboratorio un archivio ricco di materiali gli permette di schermare, diffondere o modellare la luce. Gran parte del suo lavoro nasce come ricerca libera, lontano dalla produzione industriale, un gioco di forme e luci che si confronta sempre con l’incertezza tecnica.

Una scelta chiara: la luce come unica vera arte

Nonostante le offerte di allargare il campo d’azione, Groppi ha sempre preferito restare fedele alla luce. Ha rifiutato di cambiare materiali o di creare oggetti diversi, mantenendo una visione di design radicale e meditata, consapevole dei suoi limiti ma anche della sua vocazione profonda.

Se dovesse lasciare la luce, dice, sceglierebbe un tavolo o una sedia, oggetti semplici ma capaci di dare anima a una casa. Una scelta che racconta la sua concretezza emiliana, fatta di sostanza e radici.

Per lui la luce non è solo funzionale, è una forma di canto, un modo di raccontare storie senza parole. Quarant’anni di un percorso solitario ma ricco di echi, tra ombre e chiarori, in cui ogni lampada è un verso, ogni raggio un’emozione da vivere e riscoprire.

Redazione

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