Una proiezione silenziosa scorre tra le sale di Villa Medici: immagini di Parigi si fondono con scorci di Roma, creando un dialogo visivo che cattura lo sguardo e la mente. Agnès Varda, artista poliedrica del Novecento, prende vita qui, tra fotografie e pellicole, in un percorso che non si limita a raccontare, ma fa sentire. Fotografa e regista, ma anche performer, ha saputo attraversare generi e linguaggi, lasciando un segno profondo. La mostra all’Accademia di Francia è più di un’esposizione: è un viaggio immersivo dentro la sua arte.
La mostra nasce da un dialogo tra Parigi e Roma, due città che hanno segnato l’identità artistica e personale di Varda. Nel dopoguerra Parigi è una città sospesa tra passato e rinascita culturale. In questo clima nasce lo sguardo di una giovane fotografa, ancora minorenne ma già decisa sulla sua strada. Varda cattura volti intensi, autoritratti, immagini in bianco e nero che raccontano un mondo segnato dalla scarsità e dalle ferite della guerra, ma anche dalla poesia della vita quotidiana.
I suoi scatti ritraggono amici, coinquilini, artisti di una Parigi che ancora porta il segno dell’avant-garde degli anni Venti. Sono fotografie dove i chiaroscuri mettono in risalto zigomi e sguardi, ritratti quasi scolpiti dalla luce. Accanto alle foto, assemblaggi di oggetti vari giocano con ironia, ricordando i giochi dadaisti, come nel ciclo Drôles de gueules. È uno specchio fedele di un’epoca, una testimonianza silenziosa e toccante della società post-bellica.
Le ambientazioni che fanno da sfondo ai suoi scatti raccontano una città legata a tradizioni antiche. Parigi appare come un luogo dove un pescatore solitario sulla Senna o bambini spensierati nelle vie pedonali disegnano un altro volto della città. Varda arriva a Parigi nel 1943 dal Belgio per studiare all’École du Louvre. La fotografia nasce in lei dalla convinzione che sia il punto d’incontro tra arte e artigianato, una visione che poi la porterà al cinema.
Negli anni Cinquanta collabora con il teatro nazionale popolare di Jean Vilar, firmando ritratti iconici di attori come Gérard Philipe, in pose teatrali fuori dal comune. Non si limita a immortalare personaggi famosi: coinvolge amici, conoscenti, famiglie, passanti, sempre con uno sguardo originale. Ogni scatto è una ricerca di autenticità, un racconto che supera la semplice immagine per diventare storia collettiva e personale.
I suoi ritratti sono al tempo stesso affettuosi e forti. Catturano personaggi eccentrici, da Alexander Calder con il suo “mobile” in mezzo a un incrocio, a Federico Fellini immerso in scenari urbani suggestivi. Questa galleria di volti e storie è un racconto senza tempo, ma profondamente radicato nella vita culturale e artistica di un’epoca cruciale per cinema e fotografia francesi.
Dietro ogni scatto c’è un incontro vero, uno scambio di sguardi e affetto. Le fotografie di Varda non si limitano a documentare: trasformano persone e oggetti in elementi narrativi, piccoli frammenti di un mondo che si definisce camminando per strade, cortili, studi fotografici. Il suo ritratto è un viaggio dentro una società fatta di timidezze, passioni, sogni e incertezze.
Tra le sale della mostra spicca il ruolo fondamentale dello spazio domestico nella vita di Varda. L’ex bottega di corniciaio in Rue Daguerre, acquistata nel 1951, diventa il suo rifugio creativo. Qui, insieme a Jacques Demy, cresce i suoi figli e concentra gran parte della sua attività artistica.
Le foto del cortile raccontano un microcosmo di rapporti umani, amicizie, giochi e momenti di scrittura. Bambini, animali, oggetti di tutti i giorni diventano protagonisti, trasformando quel luogo in un palcoscenico sempre acceso. Questa intimità si riflette anche nei suoi film, ricchi di ritratti emotivi e storie che passano con naturalezza dal reale al simbolico.
Nel dicembre 1955 Varda gira un corto seguendo la nipotina per le strade di Parigi, un assaggio del suo talento nel raccontare la vita di tutti i giorni con uno sguardo fresco e nuovo. Anche se la fotografia è stata il suo primo mezzo, il cinema diventerà la sua forma espressiva principale.
Cléo dalle 5 alle 7 è l’esempio più noto del suo stile originale. Il film segue in tempo reale una donna in attesa dell’esito di un esame medico, con una tensione palpabile, attraversando luoghi simbolo di Parigi con un ritmo che sembra quello di un flâneur che guida una narrazione sospesa. Con questo film Varda si impone come grande regista e unica donna nella Nouvelle Vague, un movimento dominato da uomini.
Nel 1978 Varda partecipa a Loin du Vietnam, un progetto collettivo con registi come Godard e Resnais. Ma il suo contributo viene tagliato fuori dal montaggio finale. Il film voleva riflettere sulla guerra, ma il pezzo di Agnès, che raccontava l’esperienza femminile di fronte al conflitto, è giudicato troppo radicale e sparisce senza lasciare traccia.
Restano solo appunti e alcune foto di scena, testimonianze di un progetto che voleva raccontare la paura di una madre, il senso di impotenza di una donna di fronte a una realtà lontana e violenta. Un dettaglio che mostra il coraggio di Varda nell’affrontare temi sociali con grande profondità emotiva e politica, ribadendo il suo ruolo di pioniera nello spazio pubblico e femminile del cinema.
La mostra all’Accademia di Francia a Roma si snoda come un lungo piano sequenza tra installazioni, fotografie e video. Permette di seguire il percorso artistico di Varda, dal primo sguardo fotografico a quello più maturo del cinema, passando per Parigi, Roma e le atmosfere intense degli anni Sessanta. Curata da Anne de Mondenard e Carole Sandrin, mette in luce un patrimonio ricco di sfumature e contrasti.
Tra immagini di vita quotidiana, volti intensi e strumenti del mestiere, emerge il ritratto di un’artista capace di raccontare il mondo attraverso le tensioni più intime e le grandi trasformazioni culturali. Fino a maggio 2026, Villa Medici offre un’occasione unica per immergersi nella poetica di una donna che ha saputo intrecciare arte, cinema e realtà con rara maestria.
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