Nel cuore di Praga, la Kunsthalle Praha si trasforma in un teatro di immagini potenti. Fino al 7 settembre 2026, William Kentridge, l’artista sudafricano noto per il suo bianco e nero incisivo, guida il pubblico in un percorso tra memoria e scelte morali. Le sue opere, nate da un momento chiave del 1998 in Sudafrica, parlano però ben oltre quei confini: raccontano conflitti universali, tensioni che attraversano il tempo e lo spazio, e ci costringono a riflettere sul presente. Qui, il passato non è mai lontano.
Quando l’arte racconta un Sudafrica in bilico
Il cuore della mostra è costituito da opere realizzate in un momento storico delicato, quando il Sudafrica iniziava a muovere i primi passi verso la fine dell’apartheid. Quel 1998, segnato da speranze di uguaglianza e grandi riforme, rivive nelle stampe di Kentridge, che giocano con il concetto di scelta, tra un sì e un no. Pur radicata in quel contesto specifico, la sua arte parla a tutti, toccando temi come la colpa, la nostalgia, la disperazione e una fragile speranza. La polarizzazione politica e i pericoli di posizioni rigide emergono forti, rispecchiando la realtà di oggi, fatta di dubbi e conflitti nascosti.
Non manca un richiamo al legame di Kentridge con la Repubblica Ceca e la Cecoslovacchia degli anni ’60. Tra il ’68 e il ’69, eventi come quelli legati a Jan Palach e Alexander Dubček portarono un’ondata di ottimismo verso un possibile cambiamento. L’artista si ispira a queste radici e inserisce nelle sue opere influenze letterarie di Franz Kafka e Milan Kundera, due intellettuali che hanno raccontato con sfumature complesse l’esistenza.
Accanto alla mostra, la Kunsthalle Praha pubblicherà le trascrizioni delle lezioni che Kentridge ha tenuto all’Università di Oxford nel 2024. Un’occasione per entrare nel suo processo creativo, dalla nascita dell’idea fino al lavoro finale, con uno sguardo particolare al ruolo dell’errore, della revisione e della crescita artistica.
Sì o no: la scelta come atto morale e filosofico
Alla base del lavoro di Kentridge ci sono tre concetti chiave: incertezza, improvvisazione e ignoto. La mostra affronta temi complessi come l’eredità del colonialismo, il razzismo, le utopie mancate e le rivolte, senza mai perdere di vista la riflessione sul valore della libertà e del potere di scegliere.
L’artista definisce la scelta come un “desiderio deliberato”, un atto consapevole che, secondo Aristotele, distingue l’essere umano. Decidere con coscienza significa conoscere, cercare il bene e agire con virtù.
Nonostante il forte richiamo morale, Kentridge evita giudizi netti su bene e male. Preferisce spingere chi guarda a farsi domande, in uno stile che ricorda l’arte maieutica di Socrate. Per lui, la verità non è un’eredità da accettare passivamente, ma un traguardo che ognuno deve raggiungere da solo, guidato dal proprio senso critico.
L’esperienza della mostra segue questo ritmo dialogico: alternando immagini in bianco e nero, filmati accompagnati da brani di musica classica di Dvořák e Schübel, si costruisce un percorso commemorativo. Il pubblico è invitato a muoversi in uno spazio sospeso tra un sì e un no, dove le scelte si intrecciano e si confondono, evocando la complessità della storia e dei nostri tempi.
“A Letter to Felice”: il tributo di Kentridge a Kafka
Tra le opere più importanti in mostra c’è “A Letter to Felice” , un lavoro inedito creato apposta per la Kunsthalle Praha. È la prima volta che Kentridge rende omaggio in modo esplicito a Franz Kafka, offrendo una rilettura originale del suo mondo letterario.
Si tratta di un’opera teatrale in sei atti, ispirata a circa venti testi di Kafka, tra romanzi, diari e lettere, comprese quelle indirizzate a Felice Bauer, la sua storica fidanzata. Attraverso un montaggio di parole, immagini d’archivio, suoni e performance in cui l’artista si maschera da Kafka, si crea un mosaico complesso che unisce vita privata e immaginario letterario.
L’installazione richiama il teatro vittoriano dell’illusione e la struttura visiva della celebre suite “Quadri di un’esposizione” di Kandinsky, restituendo un’atmosfera stratificata e suggestiva. Felice Bauer, dattilografa ebrea tedesca e compagna di Kafka, con cui l’autore ebbe una storia tormentata interrotta dalla malattia, diventa simbolo di un tempo perduto e di potenzialità mai realizzate.
L’opera si offre al visitatore come un caleidoscopio emotivo e intellettuale, carico di malinconia per ciò che avrebbe potuto essere. Non è un caso che si percepiscano echi di “Kafka sulla spiaggia” di Haruki Murakami, a testimonianza della rete di influenze culturali che Kentridge sa evocare con grande maestria.
La mostra a Praga, con questo e altri lavori, non si limita a esporre opere d’arte, ma apre un confronto vivo con memoria, storia, politica e filosofia, offrendo nuovi sguardi su temi che riguardano tanto il passato quanto il presente più urgente.
