«Abbiamo tutte le tecnologie, ma non sappiamo ancora farle lavorare insieme». È un po’ questo il ritratto delle imprese italiane alle prese con la digitalizzazione. I reparti usano strumenti diversi, come se parlassero lingue separate, senza un filo che colleghi i processi. Il risultato? Un’innovazione che stenta a diventare un vero vantaggio competitivo. Tra normative complicate e una cultura del dato ancora in fase embrionale, molte aziende arrancano. I numeri del Politecnico di Milano dipingono un quadro a due velocità: le grandi imprese vanno avanti, sì, ma senza una strategia chiara; le piccole e medie imprese, invece, si trovano spesso bloccate da ostacoli più grandi.
La digitalizzazione ha messo radici soprattutto nella gestione della supply chain. Oltre l’80% delle grandi aziende usa strumenti per prevedere la domanda, pianificare la produzione e gestire gli acquisti. Anche tra le PMI, si arriva al 60-70%. Però, l’integrazione tra i vari passaggi resta debole: solo il 60% delle grandi imprese e il 40% delle PMI riescono a far comunicare bene i sistemi. In pratica, le tecnologie funzionano a compartimenti stagni, senza scambiarsi i dati chiave.
Questo crea un problema grosso: manca quella visione completa e coordinata del flusso produttivo che serve per essere più produttivi, controllare i costi e reagire in fretta ai cambiamenti del mercato o dei fornitori. Anche chi ha sistemi avanzati non li sfrutta fino in fondo, perché manca un’infrastruttura digitale che faccia dialogare ogni fase, dal fornitore al cliente. Così si perde l’occasione di trasformare la digitalizzazione in un vantaggio duraturo.
Nel marketing digitale si vede un divario netto. Gli strumenti base sono diffusi, ma usarli in modo strategico e personalizzato è ancora un salto da fare. CRM e piattaforme di marketing automation sono adottate da molte grandi aziende, rispettivamente nell’82% e nel 79% dei casi. Ma solo il 36% riesce a personalizzare davvero le campagne, puntando a clienti singoli con messaggi su misura.
Un altro punto debole è la gestione degli asset digitali. Solo un quarto delle grandi imprese ha sistemi centralizzati per mantenere coerenza e qualità nelle campagne multicanale. Questa lacuna limita la capacità di comunicare in modo coordinato su diversi canali. Così il marketing digitale rischia di restare uno strumento a pezzi, incapace di creare esperienze cliente coinvolgenti e fluide.
In Italia la digitalizzazione ha fatto un salto soprattutto grazie alle regole imposte dalla pubblica amministrazione. Conservazione digitale dei documenti e firma elettronica sono ormai diffuse nell’82% e 87% delle imprese, perché obbligatorie per lavorare con la PA. Questa spinta ha accelerato l’adozione, ma ha anche portato a un modello dove si digitalizza soprattutto per rispettare la legge, non per costruire una strategia a lungo termine.
Le tecnologie più avanzate, come l’automazione, il supporto alle decisioni e l’analisi dati, sono meno diffuse: tra il 50% e il 60% nelle grandi aziende, molto meno nelle PMI. Questo significa che la spinta normativa ha fatto crescere la digitalizzazione di base, ma senza investire abbastanza su strumenti che servono a innovare davvero e creare valore.
Nel settore dei pagamenti digitali la trasformazione è evidente. Nel 2026, per la prima volta, le transazioni elettroniche in Italia hanno superato il contante. Oggi il 45% degli acquisti dei consumatori avviene con carte e portafogli digitali, mentre il denaro liquido perde terreno. Qui la digitalizzazione ha cambiato le abitudini.
Diverso il discorso per il business-to-business. L’e-commerce tra aziende è ancora poco sviluppato: solo il 22% delle transazioni passa su canali digitali e appena il 25% delle grandi imprese ha un portale di vendita online. Il ciclo ordini digitale è diffuso al 56%, la gestione elettronica dei documenti di trasporto al 38%. E lo scambio elettronico dati copre solo il 57% delle grandi aziende. Anche la logistica digitale resta un punto critico, con ritardi evidenti.
L’uso dei dati cresce, ma spesso manca una strategia chiara. Nelle grandi imprese il 93% integra dati da più processi e l’87% usa strumenti di Business Intelligence. Le PMI invece arrancano: solo il 27% integra i dati e il 20% usa la BI.
L’analisi dei dati non strutturati è partita nel 54% delle grandi aziende, ma solo il 3% la usa davvero in modo efficace. Solo il 38% ha una strategia formale per i dati. Senza una visione d’insieme, i dati restano un insieme di informazioni da consultare a posteriori, poco utili a prendere decisioni rapide.
Anche le competenze mancano. Il 73% delle grandi imprese ha esperti di analisi dati, contro il 33% delle PMI. E mentre oltre la metà delle grandi aziende investe nella formazione, nelle PMI questo accade solo nel 25% dei casi. Questa disparità rallenta la maturità digitale.
La sicurezza informatica è ormai un tema prioritario. Nel 2025 si sono registrati oltre 5.200 attacchi gravi nel mondo, il 10% in Italia. Il 34% delle grandi aziende ha subito danni importanti negli ultimi tre anni, tra le PMI la percentuale è del 24%.
Sul fronte organizzativo, il 58% delle grandi imprese ha creato la figura del Chief Information Security Officer , ma solo il 22% delle PMI ha fatto lo stesso. La maturità nelle strategie di difesa resta bassa: solo il 28% delle grandi aziende usa sistemi di monitoraggio continuo e automazione, tra le piccole appena il 5%.
Serve passare da una gestione tecnica a una visione strategica della cybersecurity, che sia integrata con gli obiettivi di business e le esigenze operative.
Gli investimenti in ICT sono essenziali per crescere nella digitalizzazione. Oggi si spende in media poco meno del 3% del fatturato, con margini per aumentare. Nel 2026 la cybersecurity è la priorità per il 65% delle grandi imprese e il 45% delle PMI.
Le strategie però cambiano con la dimensione. Le grandi puntano su intelligenza artificiale e Big Data , viste come leve per innovare. Le PMI invece preferiscono interventi più concreti e immediati, come Industry 4.0 e cloud computing, entrambe al 37%.
Questa differenza riflette la necessità di adattare le scelte tecnologiche alle realtà aziendali, ma con un obiettivo comune: fare un salto verso una digitalizzazione più integrata e strategica.
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