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A Ravenna inaugurano gli Archivi Sonori Malagola: arte performativa nazionale e internazionale gratis per tutti

A Ravenna, Palazzo Malagola ha riaperto, trasformandosi in un crocevia di suoni e voci che sfidano il tempo. Non si tratta di un semplice archivio: gli Archivi Sonori raccolgono frammenti vivi di performance vocali e sonore che hanno segnato un’epoca e spinto i confini dell’arte. Entrarci significa immergersi in un universo dove ogni registrazione è un ponte tra passato e futuro, un invito a riscoprire emozioni e idee che altrimenti rischierebbero di perdersi nel silenzio.

Spazi vivi per ascoltare e vedere: dentro gli Archivi Sonori

Gli Archivi Sonori si sviluppano in quattro ampie sale al piano terra di Palazzo Malagola, nel centro di Ravenna. Ogni ambiente è pensato per offrire modi diversi di fruire dei materiali raccolti. A sinistra dell’ingresso si trovano la Sala Ascolti e la Sala Visioni: ambienti raccolti, con poche sedie e cuffie individuali, davanti a uno schermo. Qui si può immergersi in registrazioni audio e video di vario tipo, frutto di anni di ricerca internazionale.

Dall’altra parte, invece, ci sono due sale più specializzate. La Sala Immersiva è pensata per ascolti condivisi: una stanza che avvolge chi entra, creando un’esperienza quasi ipnotica, capace di far vibrare corpo e mente all’unisono. Accanto, la Sala Cinema unisce suoni e immagini per restituire al pubblico performance audiovisive complesse e coinvolgenti.

Ogni sala è dotata di uno schermo touchscreen che consente di scegliere liberamente i materiali da ascoltare o guardare. Il simbolo guida è un cuore stilizzato, un’opera di Stefano Ricci, artista che ha decorato anche gli affreschi interni del palazzo. Non è un caso: il cuore rappresenta l’essenza stessa del progetto, richiamando la memoria, la ritenzione e la pratica dell’esecuzione “a memoria” – quel “by heart” che sta alla base delle discipline vocali e performative raccolte qui.

Voci e sperimentazioni: un patrimonio di artisti che hanno cambiato la scena

Il cuore degli archivi batte grazie a 33 artisti, italiani e internazionali, attivi o scomparsi, che hanno riscritto i codici della voce e del suono. Tra loro, nomi di spicco come Demetrio Stratos, di cui Palazzo Malagola ha già celebrato l’eredità con importanti mostre. Accanto a lui, figure ancora in attività come Alvin Curran, Scott Gibbons, Joan La Barbara, Claron McFadden, e i più recenti sperimentatori Robin Rimbaud e Myriam Gourfink.

Non mancano interpreti italiani e protagonisti storici del teatro e della poesia performativa: Ermanna Montanari, Mariangela Gualtieri, Chiara Guidi, Sonia Bergamasco, Sandro Lombardi, Moni Ovadia, Roberto Latini, Valter Malosti. E ancora, compagnie come Masque Teatro hanno contribuito con i loro materiali.

L’archivio custodisce una varietà di documenti: registrazioni audio, video di performance, resoconti di laboratori e sperimentazioni. Un vero e proprio atlante della ricerca contemporanea sulla voce e sulla produzione sonora dal vivo, indispensabile per chi studia o semplicemente ama le arti performative.

Archiviare il suono: oltre la conservazione, un’esperienza da vivere

Ermanna Montanari, fondatrice insieme a Enrico Pitozzi, ha spiegato il senso profondo degli Archivi Sonori. “Archiviarli significa restituire al suono la sua dimensione naturale, ridargli corpo e spazio, qualcosa che spesso si perde nelle registrazioni tradizionali.” Conservare la voce non vuol dire solo mettere da parte un suono, ma mantenere viva la presenza di chi lo ha prodotto, anche quando il corpo non c’è più.

Questa idea rompe con la freddezza dei vecchi archivi statici. L’ascolto diventa un gesto fisico, un coinvolgimento totale: il corpo di chi ascolta è un timpano pronto a vibrare, a entrare in relazione con ciò che si sente.

Marco Sciotto, responsabile scientifico degli Archivi, ha sottolineato la doppia sfida del progetto: “evitare che preziose testimonianze vadano perdute e, allo stesso tempo, insegnare a vivere queste tracce come esperienze vive e rinnovate.” Conservare non significa fermare il tempo, ma offrire nuovi modi per riscoprire e far rivivere il senso di ciò che ascoltiamo.

Un archivio quindi dinamico, in continua crescita, che invita a un ascolto critico e partecipato.

Dialogo aperto sul valore degli archivi performativi

Prima dell’inaugurazione, una tavola rotonda ha messo sotto i riflettori le funzioni e le responsabilità della conservazione sonora nelle arti dal vivo. Alla discussione hanno partecipato critici teatrali, compositori e giornalisti esperti di musica e archivi.

Antonio Audino, critico teatrale, ha raccontato la sua esperienza ventennale con gli archivi di Radio Rai, sottolineando come conservare possa diventare fonte di nuove interpretazioni e stimoli creativi. Francesco Giomi, direttore dell’archivio Luciano Berio e del centro Tempo Reale, ha messo in luce l’importanza del dialogo tra passato e presente nei linguaggi musicali.

Chiude il quadro Luca Valtorta, che ha ricordato il valore umano dei “archivi viventi” rappresentati dai musicisti stessi, portatori di un patrimonio di tecniche e sensibilità che nessun archivio digitale potrà mai sostituire completamente.

Il confronto ha mostrato come gli Archivi Sonori di Malagola rappresentino un modello avanzato di progetto culturale, dove memoria e innovazione si fondono in un percorso che guarda al futuro senza dimenticare le radici.

Redazione

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