Nei piccoli comuni delle aree interne italiane, le sale consiliari si riempiono di parole che si assomigliano da anni: spopolamento, crisi, resilienza. Quest’ultima, ripetuta come un mantra, dovrebbe raccontare la forza di queste comunità di non crollare di fronte alle difficoltà. Ma dietro questo termine, che ormai suona più come una moda, cosa c’è davvero? Molto spesso, la resilienza resta un concetto sfuggente, soprattutto quando si parla di territori che perdono abitanti e servizi essenziali. Le chiacchiere abbondano, ma la realtà fatica a cambiare.
Da dove viene la resilienza e come è entrata nel dibattito pubblico
Originariamente, “resilienza” è un termine usato in ingegneria, ecologia ed economia per descrivere la capacità di un sistema di resistere a shock e tornare alla normalità. Negli ultimi anni, però, il termine è entrato nel linguaggio politico e sociale, soprattutto dopo l’esperienza della pandemia da Covid-19. In quel periodo, resistenza e capacità di adattamento sono diventate parole chiave, usate da governi, media e comunità per spiegare come si reagisce a eventi improvvisi e difficili.
Nel caso delle aree interne italiane, la resilienza è stata adottata per descrivere la capacità di far fronte a problemi come lo spopolamento, la chiusura di servizi essenziali e la crisi economica. Però, con il suo uso sempre più diffuso, è nato un dubbio: la resilienza è solo adattarsi o può essere anche un progetto di sviluppo e trasformazione? Spesso il termine viene usato in modo generico, perdendo così il potere di stimolare azioni concrete.
Resilienza nelle aree interne: reagire o accettare il declino?
Studi di geografi, sociologi e antropologi mostrano che la resilienza può significare due cose: semplicemente sopravvivere a eventi difficili come la perdita di popolazione o la crisi economica, oppure costruire attivamente un futuro diverso, basato su nuove risorse e strategie. Nelle aree interne, dove da anni mancano investimenti e servizi, trovare il giusto equilibrio tra queste due visioni è fondamentale.
Non basta chiedere alle comunità di adattarsi. Problemi come il calo demografico, la chiusura dei servizi pubblici e le disuguaglianze territoriali sono radicati e richiedono risposte strutturali. Se ci si concentra solo sulla resilienza, si rischia di sottovalutare la gravità della situazione e di presentare l’adattamento come la soluzione definitiva, quando invece è solo un primo passo, insufficiente a invertire la rotta.
Le critiche alla retorica della resilienza nelle politiche territoriali
Non mancano le voci critiche, soprattutto nel mondo accademico, che vedono nell’uso diffuso di “resilienza” un modo per spostare le responsabilità. Mark Neocleous, teorico inglese, parla di resilienza come di un meccanismo che fa ricadere sulle persone il peso di gestire le conseguenze di crisi sistemiche, scaricando così le colpe dalle istituzioni. In questo modo, la resilienza diventa una sorta di “addestramento a sopportare”, che finisce per legittimare politiche neoliberali e il minor ruolo dello Stato nel garantire servizi e tutele.
Anche il politologo Jonathan Joseph evidenzia come questa narrazione sposti sempre più responsabilità dalle istituzioni alle comunità locali, che si trovano a fronteggiare problemi complessi senza le risorse necessarie. Lo storico David Chandler aggiunge che la resilienza può limitare la visione a una società che deve solo adattarsi all’incertezza, chiudendo la porta a trasformazioni profonde e interventi strutturali.
Questi critici non negano il valore delle comunità nel fronteggiare le difficoltà, ma mettono in guardia sul rischio che la parola resilienza venga usata per giustificare il declino e la mancanza di politiche efficaci a sostegno delle aree interne.
Tra adattamento e cambiamento: quale futuro per le aree marginali?
Il dibattito sulla resilienza nelle aree interne mette in luce un punto chiave per chi pensa le politiche territoriali: non basta resistere e adattarsi. Sopravvivere è importante, certo, ma serve anche agire sulle cause profonde del declino demografico, economico e sociale. La retorica della resilienza rischia di cristallizzare la marginalità come una condizione inevitabile, giustificando tagli a servizi e opportunità.
Serve un approccio che rafforzi la capacità delle comunità di reagire, ma senza dimenticare il ruolo fondamentale delle istituzioni. Senza un cambio di passo nelle politiche, negli investimenti e nelle infrastrutture, le “comunità resilienti” rischiano di diventare semplici comparse di una storia segnata dal declino, invece di essere protagoniste di un nuovo sviluppo.
La discussione sulla parola “resilienza” nelle aree interne è un segnale chiaro: è ora di abbandonare slogan e parole vuote per passare a impegni concreti e strategie capaci di affrontare davvero le difficoltà che questi territori si trovano ad affrontare oggi.
