A Venezia, Palazzo Grassi e Punta della Dogana si trasformano in un palcoscenico globale: quattro mostre, quattro voci da Stati Uniti, Kenya, India e Brasile. La Pinault Collection porta in città un mosaico di esperienze che non lasciano spazio a semplificazioni. Da Nairobi a Brooklyn, passando per Nuova Delhi e Governador Valadares, l’arte contemporanea si fa specchio di tensioni sociali, storie complesse, culture che si intrecciano. Pittura, video, collage, installazioni: ogni forma racconta una realtà spesso ignorata, emergendo con forza e poesia. Qui, la narrazione non accetta compromessi; coinvolge, scuote, invita a guardare oltre la superficie.
Michael Armitage, nato a Nairobi nel 1984, apre la stagione di Palazzo Grassi con una pittura che non lascia spazio a dubbi. I suoi 45 dipinti, distribuiti su più piani con vista sul Canal Grande, raccontano senza filtri la realtà dell’Africa orientale. Dalla migrazione disperata alle violente repressioni elettorali del 2017, dai corpi femminili che si prendono la scena con autodeterminazione a immagini di vita quotidiana mescolate al flusso digitale, tutto emerge con una tavolozza intensa e dai colori forti, a sottolineare la carica emotiva.
La sua tecnica è un vero atto politico e culturale, perché mette in discussione la storia stessa della pittura occidentale, riprendendo riferimenti che vanno da Goya alle Veneri rinascimentali. La novità più evidente è il supporto: non più la tela di cotone europea, ma un tessuto di corteccia chiamato lubugo, usato nelle antiche cerimonie funerarie ugandesi. Questo materiale irregolare, cucito a mano, impone un rapporto diretto con una storia diversa, costringendo Armitage a confrontarsi in modo umile ma deciso con la materia e il suo valore simbolico.
The Promise of Change, curata da Jean-Marie Gallais insieme a Hans Ulrich Obrist e Michelle Mlati, include anche una sezione dedicata ai disegni preparatori di Armitage. Oltre alla forza dei grandi formati, emergono così i meccanismi di pensiero e progettazione dietro ogni opera. Il risultato è una riflessione non solo sulla condizione africana, ma anche sulla natura stessa della pittura, fatta di stratificazioni culturali e scontri di tradizioni.
L’approccio di Amar Kanwar, regista e artista visivo nato a Nuova Delhi nel 1964, amplia il discorso sulla violenza globale con una poesia visiva originale. Lo spazio a lui dedicato, raccolto ma potente, si trova al secondo piano di Palazzo Grassi. Qui, sotto la cura di Jean-Marie Gallais, due installazioni video si confrontano con grande intensità.
The Torn First Pages mescola proiezioni su carta che raccontano la lotta per la democrazia in Birmania. Il titolo richiama un gesto concreto e simbolico: un libraio strappava la prima pagina di ogni libro venduto, pagina imposta dal regime militare per diffondere propaganda. Kanwar fa così rivivere un archivio di resistenza attraverso un linguaggio visivo frammentato che unisce corpo e memoria.
Più recente e lirica è The Peacock’s Graveyard , composta da cinque parabole multicanale. Tra immagini evocative e versi enigmatici, la morte domina, spesso violenta o profanata, ma sempre con una profondità umana intensa. I personaggi — dal sacerdote al boia, dal proprietario di case a due amici — si intrecciano in una narrazione sospesa, sorretta dall’intensità di un raga indiano suonato dal pianista Utsav Lal. L’installazione trasforma lo spazio in un luogo di meditazione sul potere, sull’ipocrisia e sulle disuguaglianze sociali, restituendo una dimensione universale a storie personali.
A Punta della Dogana, Lorna Simpson, artista afroamericana di Brooklyn nata nel 1960, presenta un lavoro multidisciplinare che attraversa fotografia, pittura e collage. Curata da Emma Lavigne, la mostra costruisce un percorso dove frammentazione e ricomposizione dell’identità prendono forma in un mix di materiali e tecniche.
Simpson va oltre il collage classico, usando sovrapposizioni di acrilico su serigrafie, assemblaggi di ritagli fotografici, inserti di bronzo e blocchi di vetro. Questo linguaggio serve a esplorare le tensioni tra memoria storica e rappresentazione personale. La parte più intensa è quella in bianco e nero, dove l’uso dell’inchiostro dà forza ai temi trattati. Le immagini raccontano rivolte e momenti di repressione, evidenziando un interesse critico verso il potere e la marginalizzazione sociale.
La scelta del bianco e nero e la stratificazione delle immagini creano un effetto drammatico e tutt’altro che rassicurante. Sul fronte pittorico, però, la proposta è meno incisiva, con una figurazione meno potente rispetto alla sperimentazione fotografica e ai collage. Rimane comunque un’esplorazione importante dell’identità afroamericana e della complessità delle esperienze personali e collettive.
Al secondo piano di Punta della Dogana, la mostra di Paulo Nazareth si impone come un evento di grande spessore. L’artista brasiliano, nato nel 1977 a Governador Valadares, si distingue per una pratica radicale che unisce viaggi, performance e critica sociale. La sua assenza fisica dalla sede è parte del progetto: Nazareth ha scelto di non mettere piede in Europa finché non avesse attraversato i territori africani pre-coloniali, sottolineando così l’importanza delle radici storiche e della memoria collettiva nel suo lavoro.
Nazareth segue rotte migratorie umane: nel 2011 ha percorso a piedi le Americhe, documentando l’esperienza nella serie fotografica Notícias de América. La mostra veneziana, intitolata Algebra, vuole ricostruire un’umanità spezzata da violenze coloniali e razziali. Ogni ambiente è attraversato da una linea di sale grosso disposta a formare la sagoma di un tumbeiro, la nave usata nella tratta degli schiavi. Un gesto rituale carico di simboli che richiama il legame tra mercificazione, globalizzazione e oppressione.
Tra le opere principali ci sono i produtos de genocídio, oggetti legati all’immaginario dello schiavismo incapsulati in resina, e la serie fotografica For Sale, dove l’artista si presenta come merce esotica, portando la critica sociale dentro il mondo dell’arte. Curata da Fernanda Brenner, la mostra mette in luce le contraddizioni di un sistema globale che spesso riduce la cultura a merce, mettendo l’artista al centro di una riflessione critica su mercato e potere.
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