Entrando alla Fondation Beyeler di Basilea, ti ritrovi subito immerso in qualcosa che sfugge a ogni definizione semplice. Pierre Huyghe, artista parigino classe 1962, ha creato un ambiente dove natura e tecnologia si mescolano fino a confondersi. Non è una mostra da guardare distrattamente: ogni dettaglio – dalle ragnatele luminose che si stendono sulle pareti ai piccoli fori invisibili che osservano silenziosi – spinge chi osserva a rivedere continuamente le proprie certezze. Fino al 13 settembre 2026, lo spazio stesso diventa un organismo vivo, un confine sfumato tra reale e artificiale, pronto a mettere in discussione ogni definizione di arte.
L’esposizione si snoda attraverso otto sale collegate, ma senza un ordine cronologico o tematico rigido. Il visitatore è libero di muoversi in un ambiente dove ogni elemento dialoga con gli altri, senza mai prendersi la scena da protagonista. Già all’ingresso si incontra Umwelt: un piccolo foro da cui formiche instancabili percorrono un sentiero invisibile. Ignare della presenza umana, questi insetti attraversano un microcosmo che però finisce per coinvolgere chi osserva.
In sala cinque si trova Apnea, un’installazione che ricrea il respiro di un organismo attraverso un meccanismo artificiale, dominato da un masso sospeso in una vasca d’acqua. Il ritmo del respiro si fa frenetico, poi si interrompe o si sfascia, creando un’atmosfera sospesa tra vita e macchina.
Nella sala otto, infine, Alchimia presenta un verme bianco-grigio di silicone che vibra e si muove in modo inquietante al mutare dell’aria, quasi fosse un essere autonomo.
I video giocano un ruolo chiave nel racconto di Huyghe, portando lo spettatore in territori instabili e strani. Nelle sale tre, dieci e undici scorrono corti recenti e del passato, capaci di far vacillare i confini dello spazio espositivo.
Liminals mostra una figura senza volto che lotta per affermare la propria esistenza mentre il corpo si dissolve lentamente nello spazio.
Human Mask riprende una scimmia che imita gesti umani in un ristorante abbandonato a Fukushima, pochi anni dopo il disastro nucleare, trasmettendo un senso di desolazione attraverso movimenti meccanici e vuoti.
Camata porta invece al centro tre bracci robotici che, intorno a uno scheletro scoperto nel deserto di Atacama, eseguono gesti lenti e rituali, quasi una danza funebre.
In sala sette, Adversary si presenta come una grande lastra di alluminio chiusa, simbolo di una porta mentale verso l’ignoto; accanto, l’opera The Witch di Max Ernst rafforza il senso di attraversamento tra mondi diversi con le sue figure mutevoli.
Le opere di Huyghe a Basilea non si limitano all’estetica, ma diventano spunti per riflessioni profonde sulla vita e la natura. La sala quattro ospita Cambrian Explosion 19, una vasca che richiama l’esplosione evolutiva avvenuta oltre 500 milioni di anni fa, popolata da creature ispirate a quelle antiche forme di vita.
L’artista usa queste “finzioni” – come le chiama lui – per aprire finestre su mondi alternativi, liberando la mente dai vincoli di spazio e tempo. Sono mondi possibili, strumenti concreti per immaginare modi di esistere diversi dalla realtà quotidiana.
Nulla è lasciato al caso: ogni elemento della mostra fa parte di un organismo vivo, pronto a cambiare o fermarsi, mettendo in crisi l’idea di opera d’arte statica. Il visitatore cammina su Light Dust, un tappeto di polvere dinamica che cambia colore e forma, si confronta con forme che respirano o si muovono lievemente, e si misura con l’ambiguità tra ciò che è vivo e ciò che è artificiale.
La mostra di Pierre Huyghe alla Fondation Beyeler si presenta come una sfida lanciata al cuore stesso della narrazione espositiva. Basilea diventa così il palcoscenico ideale per un dialogo intellettuale con materiali nuovi, estesi nel tempo e nello spazio, capaci di trasformarsi davanti agli occhi di chi guarda. Nel 2026, anno in cui l’arte continua a intrecciarsi con la natura, il lavoro di Huyghe resta un punto di riferimento imprescindibile per chi cerca un’esperienza estetica complessa e in continua trasformazione.
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