“L’arte non è solo ciò che si vede, ma ciò che si respira nelle strade e nelle persone.” Parole di Alessandro Bulgini, nato a Taranto nel 1962, artista che sfugge a ogni definizione semplice. Non è soltanto il pittore dietro “Gli Eretici” o il direttore artistico di Flashback Habitat a Torino. Ascoltandolo, si percepisce qualcuno che trasforma spazi anonimi in luoghi di memoria vivi, costruendo legami profondi. Affronta la morte con una schiettezza disarmante, senza mai perdere la lucidità, mantenendo sempre la vita al centro, anche quando questo significa rinunciare al riconoscimento ufficiale. Un uomo e un artista, insieme, in bilico tra dolore e bellezza.
Nel corso della chiacchierata Bulgini insiste più volte: non sa se può ancora definirsi artista nel senso tradizionale. “Uso il sistema dell’arte – dice – ma non vivo per il suo riconoscimento”. Non è una provocazione buttata lì, ma il frutto di anni di lavoro e riflessioni. Il suo percorso non si misura solo nelle opere, ma soprattutto nelle relazioni che costruisce. La ricerca si sposta dall’oggetto alla responsabilità, dalla rappresentazione alla presenza reale. Il confine tra opera e vita per lui è scomparso, e il suo impegno riguarda più le persone e le comunità che i materiali o le immagini. Questo cambia tutto: il lavoro artistico diventa dedizione profonda verso il tessuto umano che lo circonda.
La storia personale di Bulgini segna la sua visione. Cresciuto in mezzo a lutti continui — la perdita del padre a 16 anni, della madre a 25, del fratello nel 2011 — ha imparato a convivere con la morte. Questa presenza costante gli ha insegnato a non sprecare energie, a vivere ogni giorno come un’occasione da non lasciare andare. Cardiopatico e reduce da diversi interventi, ha scelto di segnare ogni uscita dalla sala operatoria con un tatuaggio, un segno tangibile di una vita che si misura con la fine. Sa di essere fragile, e questo lo porta a rifiutare ipocrisie e paure inutili, spingendolo a una schiettezza dolorosa ma liberatoria. Vuole “morire rotto”: non distrutto, ma consumato fino in fondo, senza risparmiarsi.
Un tratto forte della sua arte è l’attenzione verso chi resta ai margini. Negli anni ’90, con il ciclo Le Déjeuner sur l’Herbe, già mostrava questa inclinazione, raccontando ciò che viene lasciato fuori dalla narrazione principale. Gli Eretici sono un passaggio cruciale: figure quasi invisibili immerse nel nero, visibili solo sotto certe luci. Rappresentano esclusi, reietti, persone che mettono in crisi l’ordine stabilito. Bulgini usa la pittura per dare voce a chi spesso viene cancellato o ignorato. Oggi questa attenzione si sposta fuori dal quadro, verso le periferie, i migranti, Gaza — luoghi dove le stesse dinamiche di esclusione si ripetono. Il filo è sempre lo stesso: da decenni racconta gli “eretici” della contemporaneità, cambiando strumenti ma mantenendo coerenza.
Dal 2008 Bulgini vive nel quartiere Barriera di Milano a Torino, spesso visto come zona difficile ma per lui ricca di vita e possibilità. Qui si intrecciano differenze, tensioni, storie di migrazioni. Un ambiente complesso dove l’arte si fa relazione. Superata la fase del lavoro in studio isolato, ha scelto di confrontarsi con la realtà del quotidiano, facendo della relazione il centro della sua ricerca. Come direttore artistico di Flashback Habitat ha una grande responsabilità: quel luogo è un mosaico di realtà diverse, dalla musica all’editoria, dagli studi artistici alle associazioni culturali. Essere punto di riferimento significa anche assumersi scelte e posizioni, dialogando continuamente con chi abita quello spazio. Qui arte e impegno diventano esperienza concreta, costruzione collettiva.
Nel 2026 Bulgini, insieme al curatore Christian Caliandro, ha ideato la mostra Scarecrow, un progetto che va oltre il semplice allestimento. Lo spaventapasseri diventa simbolo e metafora di un atteggiamento artistico contemporaneo: non violento, disarmato, ma capace di prendere posizione e proteggere. La fragilità apparente di questa figura cambia il senso dell’arte e dà nuova energia al suo ruolo sociale. In un tempo segnato da tensioni politiche e crisi sociali, Scarecrow diventa uno strumento per riflettere sul ruolo reale dell’artista: non è qui per abbellire, ma per costruire spazi di pensiero e confronto collettivo.
Negli ultimi anni l’attenzione di Bulgini si concentra su Gaza, un tema per lui urgente e costante. Ha scelto di non tacere davanti a un conflitto che rischia di scomparire dalla memoria globale. Ha raccolto fotografie vere, lontane dalla propaganda, immagini di una quotidianità fatta di famiglie, macerie, speranza. Ha creato un ponte tra due realtà lontane ma legate da un filo invisibile. A Flashback Habitat ha realizzato un memoriale con tappeti recuperati dalle macerie, uno spazio vivo di incontro e memoria, animato dal rito del tè palestinese. Non sono monumenti distanti, ma luoghi partecipati, fatti per alimentare dialogo e condivisione. Questa scelta lo ha esposto a critiche e minacce, ma per Bulgini ogni reazione conferma la forza e la necessità del suo messaggio.
Bulgini vede oggi un ruolo cruciale per artisti e intellettuali, forse più che in passato. Viviamo un’epoca in cui è sempre più difficile distinguere tra verità e menzogna, e questo crea sfiducia e confusione. L’arte non può più essere solo un ornamento o un passatempo, deve diventare uno strumento per costruire pensiero e favorire il confronto. Un artista, per Bulgini, deve interrogarsi a fondo sulla vita e portare questa consapevolezza nel proprio lavoro, assumendosi responsabilità pubbliche. Questa tensione morale è parte integrante del suo percorso, un invito continuo a guardare ciò che spesso si preferisce dimenticare.
Alessandro Bulgini è così: un uomo complesso, capace di mettere al centro le persone senza perdere di vista la forza simbolica e concreta dell’arte. Un cammino che continua a evolversi, sempre guidato dalla volontà di lasciare segni autentici e profondi nella società e nella cultura di oggi.
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