Parlava poco, ma quando lo faceva, nessun dettaglio sfuggiva al suo sguardo affilato come un bisturi. Pericle Guaglianone osservava le opere d’arte nelle gallerie di Roma con la calma curiosa di un marinaio appena sbarcato, pronto a scrutare ogni angolo senza fretta né pregiudizi. Non cercava fama né applausi; il suo era un rapporto con l’arte antico, quasi fuori dal tempo, eppure incredibilmente potente. I suoi articoli, raffinati e misurati, scorrevano sulle pagine dei grandi quotidiani – La Stampa, L’Espresso, Il Messaggero, L’Unità – in un’epoca in cui la critica d’arte ancora contava davvero, prima che i social la travolgessero.
Un dandy della critica senza pose da passerella
Guaglianone veniva da un’altra generazione di critici, quelli di fine Novecento, che non cercavano la ribalta a tutti i costi. Non faceva rumore, non alzava mai la voce per farsi notare. Era un flâneur d’altri tempi, elegante e discreto, un osservatore paziente e attento. Non si lasciava prendere dalle mode o dalle esibizioni di chi oggi domina il mondo dell’arte, spesso più narcisista che sostanzioso. Come altri critici della sua epoca – da Francesco Vincitorio a Vito Apuleo, fino a Dario Micacchi – Guaglianone incarnava una pratica giornalistica che ormai si vede raramente: nei suoi pezzi c’era un equilibrio sottile ma deciso, un pensiero culturale profondo che rappresentava con chiarezza i grandi quotidiani.
Le sue recensioni erano pensate per lettori che volevano più di un semplice giudizio: cercavano un confronto delicato tra diverse visioni artistiche. Nei suoi testi la critica non diventava mai spettacolo né arma di potere, ma un racconto misurato e ragionato. Questo lo separava nettamente dai commentatori di oggi, spesso più attenti a farsi notare che a dire qualcosa di vero.
Uno stile di scrittura sobrio e un’eredità silenziosa
Guaglianone non amava mettersi in mostra. Il suo modo di lavorare ricordava quello di un osservatore attento e discreto, che preferiva poche parole ma ben scelte. Molti lo paragonavano a Ennio Flaiano, per la capacità di racchiudere interi mondi culturali in testi brevi, senza gridare o affaticarsi. Come Flaiano, che si definì “pigro” e fuggì dall’iperattività, anche Pericle puntava sulla forza di un linguaggio essenziale. Il suo lavoro era un delicato equilibrio tra rigore e leggerezza, lontano dalle mode culturali e dagli eccessi del mondo dell’arte contemporaneo.
Non si piegava alle richieste dei curatori militanti o alle pressioni sociali, ma portava avanti il suo mestiere con cura da artigiano della parola e dello sguardo. Le sue recensioni erano sempre lucide, capaci di tradurre la complessità delle opere in parole precise, senza mai perdere quel lato umano e intimo che è alla base di ogni esperienza artistica.
Addio a un critico discreto, un destino simile a quello di Sergio Atzeni
La morte di Pericle Guaglianone, avvenuta a Torvaianica, ha lasciato un vuoto non solo nella critica d’arte, ma in tutta la cultura italiana. Il suo destino ricorda quello dello scrittore sardo Sergio Atzeni, scomparso nel 1995 nel mare dell’isola di San Pietro. Entrambi erano figure schive, lontane dalle luci dei salotti mondani, con uno sguardo unico e uno stile narrativo limpido, ben radicato nei luoghi in cui vivevano.
Atzeni, autore di romanzi come “Il figlio di Bakunin” e “L’apologo del giudice bandito”, condivideva con Guaglianone la capacità di raccontare senza maschere, con uno sguardo capace di leggere realtà complesse senza fronzoli inutili. Entrambi sono stati talenti discreti ma fondamentali, oggi più che mai rivalutati per la profondità delle loro opere.
Il ricordo di Guaglianone resta legato a quegli anni in cui la critica era prima di tutto ascolto, osservazione e interpretazione, custodita in parole scritte con sobrietà e passione.
