Il 13 giugno 2026, il Segretario al Commercio degli Stati Uniti, Howard Lutnick, ha imposto un divieto secco: Anthropic, uno dei nomi di punta nell’intelligenza artificiale, non potrà più esportare il suo modello più evoluto. Un colpo duro per l’Europa, dove molte imprese puntano proprio su queste tecnologie per spingere l’innovazione e non restare indietro. Dietro la decisione, però, si nascondono questioni ben più complesse del semplice commercio: la dipendenza tecnologica, la sovranità digitale e la stabilità strategica in un mondo sempre più teso sul piano geopolitico.
Il divieto arriva dopo una scoperta che ha fatto scattare campanelli d’allarme sulla sicurezza nazionale. Un ricercatore interno ad Anthropic, “Pliny the Liberator”, ha dimostrato che, attraverso un prompt di testo molto lungo – fino a 120.000 caratteri – era possibile estrarre istruzioni per costruire esplosivi e tecniche di hacking avanzate. Questo ha spinto Washington a classificare il modello come risorsa strategica, vietandone l’accesso all’estero ma lasciando libero l’uso negli Stati Uniti.
Dietro questa mossa si nascondono anche ragioni politiche. Anthropic aveva rifiutato di collaborare con il Pentagono su alcune richieste legate alla sorveglianza di massa e allo sviluppo di armi autonome. Il risultato? Una netta divisione tra la “zona di fiducia” americana e il resto del mondo, con l’Europa sempre più tagliata fuori dagli strumenti digitali più avanzati. Gli alleati seguono strade diverse e le imprese europee si trovano in mezzo a un quadro incerto, dove i fornitori di tecnologia possono diventare un vero rischio per la continuità operativa.
Questa decisione mette in luce un tema spesso ignorato ma cruciale: la sovranità digitale delle aziende europee. Molte imprese credono di poter contare su un accesso stabile a infrastrutture AI globali, ma in realtà la loro operatività dipende da fornitori dominanti che rispondono a scelte politiche estere. Il problema non riguarda solo l’AI, ma l’intero sistema digitale: cloud, sistemi operativi, reti di pagamento.
Il rischio è concreto: un’azienda europea può ritrovarsi bloccata da un’ordinanza americana, senza poter usare servizi essenziali per produzione e gestione dati. Gli esempi non mancano: dall’impossibilità di accedere alla posta elettronica, come successo al procuratore capo della Corte Penale Internazionale, alle sanzioni che bloccano transazioni finanziarie cruciali. Questa dipendenza si traduce in una vulnerabilità sistemica, soprattutto in un contesto geopolitico dove USA e Cina usano la tecnologia come leva di pressione.
Davanti a questa situazione, alcune aziende europee stanno pensando a una soluzione pratica: passare a modelli AI cinesi come Qwen di Alibaba o DeepSeek. Questi sistemi offrono licenze più aperte e possibilità di gestione locale, permettendo un controllo diretto su infrastruttura e dati. Inoltre, i risultati sono ormai paragonabili a quelli statunitensi, con un bel risparmio sui costi operativi.
Ma questa strada non è senza insidie. Spostare l’infrastruttura tecnologica in mani cinesi significa aprire un’altra porta a dipendenze, con il rischio di interferenze governative e possibili sanzioni secondarie da USA o Europa. Fare affidamento su queste soluzioni espone le aziende a shock improvvisi e costi elevati per riorganizzare la tecnologia, come già visto con il bando Huawei nel 5G. L’apparente sicurezza dell’esecuzione “on-premise” può trasformarsi in una nuova vulnerabilità a lungo termine.
L’Europa si trova in trappola, vittima di decenni di politiche basate sul libero mercato e sull’outsourcing di risorse chiave. Si è puntato molto sull’economia della conoscenza, ma in pratica si è lasciato il controllo delle tecnologie fondamentali in mano a soggetti esterni. La dipendenza dagli USA per l’AI, dalla Cina per i prodotti e dalla Russia per l’energia ha creato un sistema fragile, come ha dimostrato la crisi energetica del 2022.
Sul fronte delle regole, l’Unione Europea ha risposto con provvedimenti come il Cloud and AI Development Act, che impone controlli, audit e localizzazione dei dati. Sono passi avanti, ma soprattutto difensivi. La sovranità tecnologica resta più un ideale che una realtà: le aziende europee non hanno ancora risorse sufficienti per costruire infrastrutture digitali indipendenti e scalabili, indispensabili per competere con i giganti americani e cinesi.
L’Europa prova a recuperare con realtà emergenti come Mistral in Francia e il consorzio svizzero Apertus. Questi puntano a giocare un ruolo nell’AI “open-weight”, con modelli capaci di gestire contenuti multilingue e con un buon mix di efficienza e potenza.
Il problema resta però la mancanza di capitali comparabili a quelli di Microsoft, Alphabet, Meta o Nvidia, che permettono investimenti enormi per addestrare e migliorare i modelli. La Commissione Europea sembra aver messo da parte l’idea di competere direttamente su questi prodotti di punta, concentrandosi invece sulla diffusione dell’AI nelle piccole e medie imprese.
Per il 2026 e oltre, la sovranità digitale europea passerà da un’integrazione più stretta delle soluzioni esistenti e dalla costruzione di un ecosistema più solido, ma senza rivoluzioni immediate. Sarà un percorso lungo e difficile, che dovrà bilanciare innovazione, indipendenza strategica e le sfide del mercato globale.
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