A Parabita, nel cuore pulsante del Salento, l’arte ha trovato casa… sottoterra. Ipogea non è un evento che passa, come tante altre installazioni: è un progetto che si insinua nella vita della comunità, intrecciando memoria e contemporaneità. Qui, l’arte non si limita a farsi ammirare per qualche giorno, ma si fa custode di storie antiche, nascoste in angoli che pochi conoscono. Non è solo una mostra, è un patto tra cittadini e amministratori, un legame che trasforma l’opera pubblica in parte viva della quotidianità. Un patrimonio da vivere, non semplicemente da vedere.
Parabita sceglie l’arte che resta: un progetto culturale che cresce passo dopo passo
Sotto la guida del sindaco Stefano Prete, Parabita ha imboccato una strada nuova nel campo della cultura. Qui l’arte contemporanea non si limita a mostrarsi, ma entra negli spazi della città e nelle vite della gente. L’amministrazione ha acquistato piccoli locali privati e investito nella manutenzione continua delle opere. Così, i cittadini diventano custodi diretti delle installazioni e di ciò che rappresentano, dando vita a un modello di arte pubblica senza scadenze, che si radica nel tempo.
Nel 2024 un esempio chiaro di questo approccio è stato Votiva, un progetto che ha recuperato edicole votive abbandonate nel centro storico, trasformandole in una rete di racconti attraverso l’arte contemporanea. Qui hanno lavorato artisti come Francesco Arena, Ludovica Carbotta e Michelangelo Pistoletto, creando un dialogo aperto tra arte, storia locale e pubblico.
Da questa esperienza nasce Ipogea, curata da Carmelo Cipriani con la direzione artistica di Giovanni Lamorgese, che sposta lo sguardo dalla superficie al sottosuolo, esplorando luoghi nascosti che custodiscono memoria produttiva.
Ipogea: riscoprire i frantoi ipogei e la storia industriale di Parabita
Il progetto Ipogea si concentra sui frantoi ipogei, dove per decenni si è prodotto l’olio lampante, cuore pulsante dell’economia salentina. Dopo l’opera di Francesco Arena nel 2025 con La Grotta, Ipogea #2 è stato affidato a Rossella Biscotti, artista conosciuta per le sue ricerche sugli archivi e le storie nascoste dietro documenti istituzionali.
Biscotti non si limita a ricostruire il passato: la sua indagine mostra come la storia continui a modellare il presente, intrecciando memoria familiare e vicende pubbliche. Il risultato è un’installazione che riflette sulle pratiche tecniche e sociali con cui la comunità ha costruito la propria identità produttiva.
Il luogo non viene solo decorato o reinterpretato, ma diventa un archivio vivo, dove materiali, tecniche e ricordi si fanno protagonisti di una narrazione a più livelli.
“L’uomo che cammina all’indietro”: la macina ipogea al centro dell’opera di Biscotti
Al centro dell’installazione di Biscotti c’è una macina in pietra recuperata da uno dei frantoi ipogei, collocata all’inizio del percorso di Votiva. Questo strumento simbolo della trasformazione manuale e tecnica diventa punto di partenza per riflettere sulla tecnologia, vista non come un progresso lineare, ma come un insieme di saperi stratificati.
Sulla pietra è incisa la frase “L’uomo che cammina all’indietro”, ripetuta due volte con lettere di ottone disposte a spirale. Il visitatore è invitato a muoversi in senso antiorario, contro il movimento rotatorio della macina. È un modo per rompere la linearità del tempo e stimolare una nuova esperienza.
Il titolo si riferisce al bisnonno di Biscotti, funaio di Molfetta, che lavorava camminando all’indietro per tessere corde per le navi. Nel dialetto locale, i “funai” erano proprio così riconosciuti, un legame diretto tra gesto manuale, linguaggio e memoria collettiva.
Memorie intrecciate: la macina e la tessitura della fune come metafore della storia
L’opera mette a confronto due tecniche apparentemente distanti ma legate da un filo sottile: la macina, che trasforma la materia con il suo movimento rotatorio, e la fune, fatta con cura, misura e movimenti precisi. Da una parte la tecnologia meccanica, dall’altra l’arte artigiana, fatta di passaggi di mano e sapere.
Così l’artista smonta l’idea di progresso come semplice sostituzione di vecchio con nuovo. Qui il tempo si fa spessore, un luogo dove passato e presente si incontrano e si interrogano.
La macina recuperata non è solo un oggetto, ma un simbolo vivo di conoscenza e comunità, dove la storia tecnica si mescola alla memoria familiare e diventa racconto che continua a parlare.
La scelta del carattere Arial per la scritta in ottone, un font nato negli anni Ottanta come digitale, si trasforma quasi in un reperto archeologico. Così si sottolinea come cultura materiale e digitale siano due facce della stessa storia del sapere.
A Parabita, questa installazione è un passaggio importante nel rapporto tra arte, identità locale e territorio, sostenuto da un impegno civico che fa di ogni opera un tassello fondamentale del paesaggio urbano e della memoria condivisa.
