A Venezia, il Padiglione Polonia alla Biennale 2026 ha scelto una strada insolita. Niente luci sfavillanti o installazioni che catturano lo sguardo al primo colpo. Liquid Tongues, l’opera di Bogna Burska e Daniel Kotowski, curata da Ewa Chomicka, Jolanta Woszczenko e il collettivo Choir in Motion, entra sottile, quasi silenziosa, nella mente di chi si avvicina. Qui il linguaggio si disfa, si trasforma, diventa quasi una materia tattile. Non è solo una questione di inclusione: si mette in discussione il senso stesso della parola, il modo in cui comprendiamo il mondo che ci circonda.
Daniel Kotowski mette sotto la lente la voce, oggi considerata il principale e quasi unico modo di comunicare. Secondo lui, tutto il resto – la lingua dei segni, i gesti, il silenzio – viene visto come marginale o anormale. Liquid Tongues prova a ribaltare questa idea, mostrando che anche il gesto e il silenzio possono aprire dialoghi profondi e autentici. La comunicazione non è una linea retta. Il silenzio, per esempio, nell’installazione diventa quasi tangibile, un elemento vivo, non solo un’assenza di suono. Kotowski sottolinea che in un mondo pieno di rumori e informazioni, il silenzio diventa quasi una forma di ribellione, uno spazio di esperienza diretta e senza filtri.
Non è un caso che nel progetto ci siano i canti delle balene. Kotowski ha scelto di concentrarsi su sistemi di comunicazione ancora poco conosciuti dall’uomo. Le balene rappresentano un’intelligenza diversa, complessa, lontana dal nostro modo di parlare. Il loro canto attraversa lo spazio del padiglione come un elemento che destabilizza, costringendo a mettere in discussione il linguaggio umano come unico centro per capire e interagire col mondo. Quel suono, più che un sottofondo, si presenta come un corpo estraneo che spinge a pensare a forme di intelligenza e comunicazione che vanno oltre le parole.
Bogna Burska porta l’attenzione sul corpo, visto come uno strumento espressivo, politico e vulnerabile. In un’epoca dominata da media e performance, il corpo mantiene la sua forza di resistenza proprio nella fragilità e negli errori. Anche se la comunicazione tende a uniformarsi, il corpo resta un luogo vivo, che non si lascia controllare del tutto. Nel padiglione questa idea si traduce in un flusso continuo, mai completo, dove la comunicazione è sempre sospesa e quindi più vera. Burska ricorda quanto sia difficile afferrare l’esperienza dell’altro: ogni traduzione perde inevitabilmente dettagli importanti. Qui la fragilità e l’imperfezione diventano strumenti di relazione e di condivisione profonda.
Ewa Chomicka, curatrice del Padiglione Polonia, spiega che il tema “minor keys” scelto dalla Biennale non riguarda solo le minoranze, ma vuole mettere in discussione i criteri con cui la cultura dominante definisce e valuta i modi di comunicare e percepire. L’obiettivo non è una celebrazione retorica dell’inclusione, ma spingere il pubblico a confrontarsi con i propri limiti di comprensione. Il padiglione costruisce un ambiente volutamente instabile, dove il senso si sfugge e confonde invece di essere chiaro e immediato. Questo smarrimento è una provocazione necessaria in un’epoca in cui tutto deve essere subito e semplice.
In un anno segnato da conflitti e tensioni, il Padiglione Polonia ha aderito alla protesta ANGA chiudendo simbolicamente per qualche ora. Per Chomicka, oggi non si può più separare la politica dall’azione culturale. Questa scelta è un segnale forte, un gesto di responsabilità che mostra quanto le istituzioni culturali debbano farsi carico del momento storico. Non si tratta di uno show o di uno slogan, ma di un invito a riflettere sul valore del silenzio e sulla solidarietà attiva.
Liquid Tongues si distingue tra le tante proposte della Biennale per il modo in cui affronta la complessità della comunicazione senza cercare scorciatoie. Non è un’opera che spiega come dovrebbe essere il mondo, ma che lo complica, mette in fila le sue difficoltà e lascia emergere le zone d’ombra che spesso evitiamo. Questo continuo mettere in discussione la centralità del linguaggio e l’idea che l’esperienza umana si possa trasmettere tutta e tutta intera è qui un terreno fertile, ricco di spunti profondi. Un percorso che resta nella testa anche dopo aver lasciato il Padiglione Polonia.
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