“L’Italia legge, ma non sempre crede.” È questa la fotografia scattata dal Digital News Report Italia 2026, un’indagine che ha coinvolto l’Università di Torino e quella di Dublino, con la consulenza del giornalista Marco Ferrando, vicedirettore di Avvenire. Non è sparito l’interesse per le notizie, invece è mutato il rapporto con esse. Nel vortice dei social, tra creator e chatbot intelligenti, l’informazione non si limita più a raccontare fatti: il pubblico vuole capire, vuole trasparenza. E questa esigenza spinge il giornalismo a reinventarsi, a recuperare rigore e fiducia in un mondo che cambia troppo in fretta.
Fiducia in calo: tra nuovi media e vecchie incertezze
I dati del Digital News Report 2026 mostrano che la fiducia degli italiani nelle notizie è scesa al 32%, ben sotto la media globale. Non è un problema di interesse, perché il 57% degli italiani si informa più volte al giorno, una delle percentuali più alte tra i Paesi analizzati. Il problema è la relazione con le notizie, che spesso arrivano da canali digitali dove il marchio giornalistico tradizionale è poco visibile o assente.
La sfiducia è particolarmente alta sui social media e nei chatbot: solo il 15% e il 16% si fidano di queste fonti. Questi spazi sono ormai luoghi in cui le notizie si incrociano quasi per caso, senza filtri chiari. Il giornalismo deve dunque sapersi far largo in questi contesti con un linguaggio accessibile, capace di approfondire e contestualizzare, senza puntare solo sulla velocità.
Giovani e politica: la voglia di capire dietro l’apparente disinteresse
Tra i risultati più interessanti c’è l’attenzione alta dei giovani tra i 18 e i 24 anni verso la politica. Quasi un terzo di loro si dichiara molto o estremamente coinvolto, un dato che sfata l’idea di un giovane disinteressato o apatico. Questi ragazzi vogliono capire davvero, cercano contesti chiari e un linguaggio che li prenda sul serio.
In questo scenario emergono i creator e i cosiddetti newsfluencer, seguiti dal 36% degli italiani. Questi ultimi svolgono un ruolo di mediazione e chiarimento, aiutando a rendere più comprensibile la complessità. Non sostituiscono il giornalismo professionale: solo il 5% di chi li segue dice di non aver bisogno di altre fonti. Ma mettono in evidenza un bisogno chiaro: non basta l’intrattenimento, serve qualità e rigore.
Smart tv e chatbot: nuove frontiere dell’informazione
Per la prima volta il rapporto segnala la smart tv come fonte importante: il 46% degli italiani la usa per informarsi, spesso attraverso piattaforme video come YouTube o app dedicate, più che i canali tradizionali. È un segnale di ritorno all’approfondimento, con video di durata media o lunga che offrono spiegazioni più complete.
Cresce anche l’uso dei chatbot di intelligenza artificiale per capire meglio le notizie, anche se riguarda ancora una minoranza, intorno al 6%. Questi strumenti servono soprattutto per approfondire notizie già viste o orientarsi tra le fonti, non per avere gli ultimi aggiornamenti. Un segno della richiesta diffusa di senso e spiegazioni in un panorama informativo sempre più complesso.
Pagare per l’informazione? Pochi ma in crescita
Il finanziamento del giornalismo digitale resta una questione complicata. Solo l’8% degli italiani paga per le notizie, ma cresce chi sottoscrive abbonamenti continuativi: dal 31% al 43%. Non si tratta tanto di comprare prodotti informativi, quanto di sostenere progetti editoriali credibili. Questo mette in luce quanto la qualità del rapporto tra giornalismo e pubblico sia la vera base per la sostenibilità.
L’imparzialità è ancora un valore fondamentale: il 55% preferisce fonti senza chiari orientamenti politici. Però peggiora la percezione sulla copertura di temi delicati come immigrazione e politica. Sull’immigrazione, ad esempio, le critiche arrivano al 44%. Intanto, il 32% degli italiani vede i politici come molto influenti sull’informazione, quota che arriva quasi al 70% includendo chi li giudica “abbastanza influenti”. La sfida è far tornare il giornalismo a essere percepito come equo, trasparente e capace di raccontare la realtà in modo completo.
Digitale in crescita, tv che resiste
Le abitudini di consumo cambiano rapidamente. L’online arriva al 69% di utilizzo, superando la televisione al 62%. Ma la tv resta la fonte principale per il 48% degli italiani, davanti all’online che si ferma al 45%. Solo Italia e Francia vedono questa prevalenza della televisione. Chi lascia la tv non smette di informarsi, ma passa ai media digitali.
Nel mondo digitale, le testate televisive tengono meglio dei quotidiani, molti dei quali hanno perso fino a metà della loro portata negli ultimi anni. I giornali locali, invece, rafforzano la loro presenza. Tra i siti più visitati spiccano Fanpage, Tgcom24, Ansa online, SkyTg24 e Repubblica. Tra i giovani under 35, invece, si fanno notare Il Post e Will Media, con rispettivamente il 15% e l’11%.
Disinformazione e campagna elettorale: cresce la preoccupazione
Il 2026 è anche l’anno della campagna elettorale, con tutte le sfide legate alla disinformazione. La paura di fake news e manipolazioni sale al 59%, cinque punti in più rispetto all’anno scorso. Allo stesso tempo cresce chi evita le notizie: il 36% le snobba spesso o qualche volta, tre punti in più.
Il quadro che ne esce è quello di un sistema sotto pressione, dove affidabilità e capacità di dare senso diventano ancora più importanti. Solo così il giornalismo può aiutare a combattere la confusione e il disinteresse, garantendo una partecipazione consapevole e un dibattito pubblico sano nel nostro Paese.
