L’arte non ha confini: la mostra di Francesco Clemente alla Triennale di Milano
«L’arte non ha confini», ripete spesso Francesco Clemente, e la sua carriera lo conferma senza esitazioni. Cinquant’anni di viaggi, incontri e scoperte, raccontati ora alla Triennale di Milano con una mostra che esplora le mille sfaccettature del suo lavoro. Settanta opere, molte mai esposte in Italia, che attraversano culture lontane e tradizioni antiche, dal misticismo dell’India alle radici afrobrasiliane, passando per l’Occidente. Dopo l’installazione “Anima Nomade” a Roma, questa retrospettiva è un’occasione rara: immergersi nel mondo di un artista italiano che, pur amato all’estero, torna a farsi vedere in grande nel suo paese.
“In Between”: il racconto di un artista senza confini
La Triennale presenta “Francesco Clemente. In Between” come uno degli ultimi progetti sotto la guida di Stefano Boeri, che ha voluto sottolinearne l’importanza con un video introduttivo alla conferenza stampa. Il percorso espositivo porta la firma di Francesca Pietropaolo e Robert Storr, due nomi di spicco nel panorama dell’arte contemporanea. La mostra si basa su una selezione eterogenea di opere provenienti da collezioni pubbliche e private, con prestiti chiave facilitati dal gallerista Vito Schnabel, oltre a lavori direttamente dal laboratorio dell’artista a New York.
Il visitatore si trova davanti a più di settanta opere, realizzate nell’arco di circa cinquant’anni, che spaziano da disegni a carboncino, acquerelli, pastelli, affreschi, fino a oli su tela, tempere e libri d’artista. Questa varietà tecnica racconta la natura eclettica di Clemente, sempre in dialogo con stili e culture diverse, dall’arte occidentale al misticismo cristiano e cabalistico, fino all’induismo e al buddismo zen. Negli ultimi anni si sono aggiunti riferimenti ai culti animisti afrobrasiliani, a testimonianza di una ricerca costante e attenta alle diverse forme di spiritualità.
Autoritratti e ritratti: uno sguardo intimo sulla vita e le relazioni
Un filo rosso della mostra è la pratica dell’autoritratto, che accompagna Clemente per tutta la sua carriera. Si parte idealmente dall’“Autoritratto con oro” del 1979 e si arriva fino al recente “After a Poem” del 2024, un’opera dal tratto evanescente che chiude idealmente il racconto. Accanto a questa dimensione più personale, ci sono i ritratti, spesso acquerelli, che immortalano amici e personaggi di spicco della scena artistica e culturale newyorkese degli anni Ottanta.
Tra questi volti noti figurano Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat, il compositore Morton Feldman e lo scrittore Allen Ginsberg. A questo gruppo si affiancano opere più private, come “Alba” del 1997, un olio su tela dedicato alla moglie e musa dell’artista. Qui emerge anche una novità stilistica: l’uso del formato orizzontale, sviluppato in lavori recenti come il “Portrait of Zoë Kravitz” del 2025. Un segno di come Clemente abbia rinnovato la sua visione dello spazio e la composizione dei suoi soggetti.
Il legame profondo con l’India e le suggestioni esotiche
Un capitolo a parte merita l’incontro di Clemente con la cultura indiana, iniziato negli anni Settanta. I suoi viaggi cominciano nel 1973, in un periodo di grandi cambiamenti politici e sociali nel paese. La mostra mette in luce questa relazione attraverso una selezione di miniature realizzate in collaborazione con artigiani indiani, un esempio di fusione tra arte contemporanea e tradizioni artigiane.
L’artista stesso chiarisce che il suo interesse non è rivolto alle figure politiche come Indira Gandhi o Narendra Modi, ma piuttosto alla vita rurale dell’India, a quella che chiama “India dei settecento milioni” di persone legate alla terra, alle stagioni, alle leggende e ai rituali. Per Clemente, questa realtà non è solo fonte di immagini, ma un vero serbatoio di miti e gesti rituali che nutrono la sua arte. Da poco, il suo sguardo si è rivolto anche alle tradizioni afrobrasiliane del Candomblé, che intrecciano il sacro e il quotidiano in modo unico.
Temi attuali e riflessioni esistenziali nella pittura di Clemente
Tra le opere più recenti emergono lavori che parlano delle contraddizioni del presente. Un esempio è la tela “5-14-2020”, realizzata durante la pandemia da Covid-19, che esprime ansie e incertezze globali attraverso il colore e la materia. Un’altra opera che lascia il segno è “Winter Flowers in Spring II”, un grande olio su tela che celebra la forza della creazione artistica come forma di resistenza nei momenti più duri.
La mostra è organizzata soprattutto seguendo un criterio geografico, per mettere in risalto i riferimenti culturali e le contaminazioni che si leggono nelle opere. Durante la presentazione, Clemente ha raccontato il suo viaggio tra mondi diversi, confermando come la pittura resti per lui uno strumento fondamentale per mettere in relazione culture, spiritualità e domande esistenziali.
New York, la vita nomade e la ricerca dell’altrove
Dal 1981, Clemente ha scelto New York come base, stabilendosi a Downtown Manhattan, dove ancora lavora. Nel tempo ha visto cambiare la città, riconoscendo i suoi mutamenti ma anche la vitalità culturale che non si spegne mai. Come a Firenze o Venezia, spiega, anche a New York si trovano angoli di solitudine e riflessione, basta allontanarsi un po’ dalle zone più affollate.
Il suo rapporto con la città convive con una dimensione nomade, che oggi ha più un valore interiore che geografico. Rispondendo a chi gli chiede se consiglierebbe a un giovane artista una vita fatta di continui spostamenti, dice che spesso l’“altrove” si trova più dentro di sé che nei viaggi. Questa tensione tra radici e nomadismo, tra culture diverse e linguaggi pittorici, è uno degli aspetti più interessanti e originali della sua arte.
“In Between” resta aperta alla Triennale di Milano fino al 6 settembre 2026, offrendo uno sguardo ampio e approfondito su un artista che ha saputo tracciare nuove mappe culturali attraverso la pittura e una costante ricerca spirituale.
