Il vero volto di Carlo Maria Mariani sfugge a chi tenta di imprigionarlo in una definizione semplice. Così si potrebbe riassumere il percorso di uno degli artisti più enigmatici del Novecento italiano. Nato a Roma nel 1931 e scomparso a New York nel 2021, Mariani ha attraversato l’arte contemporanea con uno sguardo critico e stratificato, spesso frainteso o relegato a categorie superate. Ora, a Napoli, la sua eredità torna al centro dell’attenzione con “I Segni dei Tempi”, una mostra che illumina la profondità di un lavoro intellettuale e storico troppo a lungo trascurato. Qui, ogni opera racconta una storia complessa, fatta di riflessioni e di significati che meritano di essere riscoperti.
Dietro questa riscoperta c’è la Fondazione Carlo Maria Mariani, che da tempo si impegna a mantenere viva la memoria dell’artista. Non si tratta solo di tenere in vita un nome, ma di conservare un pensiero che ha avuto un peso importante soprattutto negli anni ’70 e ’80, quando Mariani era ancora in Italia prima di trasferirsi a New York nel 1993. La Fondazione dà voce a questa eredità con mostre e studi critici, puntando a un’analisi seria, lontana da facili semplificazioni.
Le esposizioni diventano così uno strumento essenziale per far capire al pubblico quanto sia complicato e ricco il suo lavoro. Solo con un racconto attento si può evitare di ridurre Mariani a un fenomeno estetico o a un nostalgico del passato, come spesso accade.
Il momento clou è la mostra in corso al Museo e Real Bosco di Capodimonte a Napoli, aperta fino al 14 luglio 2026. “I Segni dei Tempi”, curata da Andrea Viliani e Antonio Martino, offre uno sguardo misurato e approfondito sul lavoro del maestro. Il 23 giugno, all’interno del museo, è in programma la presentazione del catalogo, un’occasione importante per entrare nei dettagli delle opere esposte.
Questa tappa segue l’esposizione del 2024 a Palazzo Pitti a Firenze, intitolata “Arte oltre il tempo” e curata da Vittorio Sgarbi insieme a un responsabile della Fondazione. Quella mostra ha segnato l’inizio di un percorso espositivo che continuerà a ottobre 2026 a Milano, a Palazzo Citterio, con la grande retrospettiva “Ad Aeternitatem Pingo”. Quest’ultima, organizzata con la Pinacoteca di Brera e curata da Eike Schmidt, promette di essere un altro momento di rilievo per capire Mariani.
Questi eventi mostrano un lavoro culturale ben articolato, che mette l’arte di Mariani al centro senza sconti o semplificazioni, puntando a restituirne la complessità.
Per capire davvero Mariani bisogna ascoltare cosa diceva lui stesso. Il pittore non amava infilarsi in correnti o etichette. Amava definirsi “un isolato”, lontano dalle mode e dal revival nostalgico degli anni Ottanta.
Nel 1977, disse con chiarezza: “Io non sono un artista, io non sono il pittore, io sono l’Opus”. Una frase che rivela come la sua arte nascesse da urgenze intellettuali, non da un esercizio tecnico o da un mero recupero stilistico. Nel 1988 tornò a sottolineare la sua distanza dalle definizioni che la critica gli aveva cucito addosso, lamentando anche l’uso non autorizzato di un suo dipinto sulla copertina di un libro sull’architettura postmoderna.
Nel 2013 Mariani scrisse un testo netto in cui rigettava le etichette di “pittore anacronista” o “pittore colto”, smontando l’idea di un lavoro nostalgico e statico. Voleva sottolineare un percorso unico, fatto di riflessione e distacco consapevole dalle mode artistiche.
La sua arte nasce da un dialogo con l’immaginario, da una ricerca intellettuale che sfugge alle banalizzazioni. Il suo motto “O beata solitudo, o sola beatitudo” dice molto: la solitudine scelta come fonte di forza e innovazione.
La città partenopea si conferma protagonista anche quest’anno con una serie di esposizioni di grande spessore. Oltre a Mariani a Capodimonte, spiccano altri appuntamenti di richiamo internazionale.
Al Museo del Tesoro di San Gennaro, fino al 10 gennaio 2027, si può visitare “Il colore di Mimmo Jodice”, con oltre quaranta opere a colori dedicate ai capolavori del Seicento napoletano.
Al MADRE, invece, è in corso “Pietro Lista – In controluce”, che ripercorre cinquant’anni di carriera di un artista umbro ormai da tempo legato alla Campania.
Sempre a Capodimonte, fino a fine settembre 2026, si può vedere “Canto Napoli” di Emilio Isgrò, un progetto originale che indaga l’identità della città.
La Fondazione Mondragone ospita fino a metà settembre “Claudia Piscitelli – I don’t care I Am invisible”, dieci opere che esplorano archetipi femminili tra ironia e memoria.
Infine, alle Gallerie d’Italia – Ex Banco di Napoli, si celebra Shepard Fairey con “Power to the peaceful”, una mostra che raccoglie oltre 130 opere, tra pezzi iconici e materiali rari.
Questa ricca offerta conferma la vitalità culturale di Napoli e il suo ruolo centrale nel panorama dell’arte contemporanea, tra sperimentazione e approfondimento.
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Il 2026 a Napoli si presenta come un dialogo costante tra passato e presente, tra memoria e innovazione. In questo quadro, “I Segni dei Tempi” di Carlo Maria Mariani emerge come un invito a guardare con attenzione un artista che non si lascia incasellare, la cui arte chiede rispetto e una lettura profonda.
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