Il segno nasce fragile, quasi timido. Matteo Capriotti parte da qui, da quella delicatezza iniziale che si fa immagine. A Casa Vuota, nel cuore di Roma, la sua mostra non è una semplice raccolta di disegni e dipinti. È un viaggio dentro la nascita del segno, un percorso che trasforma lo spazio, fino a farlo respirare diversamente. Fino al 28 giugno 2026, chi varca la soglia si trova immerso in un intreccio di tracce primitive e visioni quasi oniriche, un’esperienza capace di stravolgere la percezione stessa della stanza.
I disegni: il segno che prende forma, tra attesa e definizione
Appena varcata la soglia di Casa Vuota, ci si trova davanti ai disegni di Capriotti. Qui il segno sembra ancora in divenire, sospeso in un equilibrio tra movimento e pausa. Linee semplici, figure appena abbozzate, forme a metà strada tra il definito e l’indefinito. Sono immagini che raccontano la “condizione primaria del segno”, come le chiama l’artista. A volte le linee sembrano carezze leggere, altre volte sono trattenute, come se fossero pronte a trasformarsi in qualcosa di più complesso. Davanti a questi lavori si assiste a un processo in divenire, un momento originario che richiama il primo impulso del gesto creativo.
Chi guarda percepisce la tensione tra astrazione e concretezza. La mano si muove con cautela, l’immagine emerge dal foglio come un pensiero che cerca la sua forma. Il disegno diventa così un linguaggio primordiale, il primo passo verso uno sviluppo più ampio. Questo contatto diretto con l’origine del segno spinge a riflettere sul processo stesso dell’arte e sull’intimità del gesto creativo.
Casa Vuota cambia volto: lo spazio si fa campo visivo deformato
Casa Vuota, un ambiente già di per sé raccolto e domestico, si trasforma completamente durante la mostra. Il pavimento si trasforma in una scacchiera che crea un effetto visivo destabilizzante, modificando la percezione dell’intero spazio. Non è un semplice elemento decorativo, ma una superficie mentale dove l’immagine oscilla tra illusione e realtà. Sulla parete opposta, due grandi dipinti si fronteggiano, dando vita a un gioco prospettico intrigante.
Uno riproduce un disegno monumentale, l’altro richiama la stessa stanza, ma insieme accentuano la deformazione dello spazio intorno. È come se questi quadri creassero un vortice visivo, risucchiando e rimodellando l’architettura di Casa Vuota. Così la galleria diventa un luogo sospeso, dove il confine tra reale e immaginato si fa sottile e sfumato. Ogni passo cambia la percezione, trasformando l’esperienza dello sguardo.
Oltre a questa grande distorsione, Capriotti gioca con proporzioni e prospettive per costruire uno spazio fluido e in continuo movimento. La mostra supera così l’idea tradizionale di esposizione pittorica, trasformandosi in un vero e proprio laboratorio visivo.
Il “Big Bang” pittorico: dall’immagine che collassa all’esplosione di colori e forme
Nell’ultima sala la mostra trova il suo punto di svolta. Dopo aver messo a dura prova la percezione con un apparente “collasso” delle immagini, le opere emergono con forza, diventando protagoniste indiscusse. Qui la luce si concentra sui colori accesi, dai toni incandescenti ai riflessi vividi, che animano tele grandi e piccole. La pittura raggiunge il culmine nell’incontro di due figure che si abbracciano, nate da un vortice di colore.
Il contrasto tra figure e campi cromatici, tra segno e materia pittorica, si traduce in una sintesi formale potente. Quel segno fragile e sospeso visto all’inizio si dissolve per ricomparire fuso con la pittura. Il gesto diventa spazio vero, più che semplice traccia, creando una nuova realtà dentro l’opera.
Capriotti parla di “Big Bang” come di un processo pittorico, non di un evento cosmico. È il momento in cui il segno smette di essere solo una traccia per diventare generatore di immagini, relazioni e spazi. Qui disegno, pittura e scena si intrecciano in un continuo divenire.
La mostra resta così uno spazio di riflessione sulle origini dell’immagine e sul potere del gesto artistico di cambiare lo spazio e la percezione. Casa Vuota diventa teatro di questo dialogo tra segno, pittura e spazio, sempre in trasformazione.
