Quando Angelo Morbelli riceveva buone notizie, disegnava un fiasco di vino sulla busta della lettera. Se invece il messaggio era brutto, tracciava un teschio. Un gesto semplice, quasi infantile, che racconta un uomo dal carattere ironico e fuori dagli schemi — ben diverso dalla “sconcertante mestizia” che si respira nei suoi dipinti più celebri. Nato ad Alessandria nel 1854 e morto a Milano nel 1919, Morbelli ha usato il divisionismo per raccontare con straordinaria sensibilità la vita degli anziani poveri del Pio Albergo Trivulzio. Un pittore impegnato, certo, ma anche brillante e dal sorriso leggero.
Tra le carte conservate nel Fondo Morbelli a Tortona, spunta un aneddoto curioso: un collezionista piemontese chiede la sostituzione di un quadro che era finito a Monaco e Berlino. Morbelli risponde con ironia, proponendo di rimpiazzarlo con una ballerina dipinta da lui. Sono lettere, appunti, corrispondenze fitte, soprattutto con l’amico e vicino Pellizza da Volpedo, che disegnano un ritratto vivo e personale del pittore. La Pinacoteca Divisionismo di Tortona custodisce questo patrimonio: non solo un tesoro per gli studiosi, ma un invito a conoscere l’uomo dietro la tela.
Il Fondo Morbelli a Tortona: un tesoro per conoscere il pittore e la sua epoca
Il Fondo Angelo Morbelli, entrato nella Pinacoteca Divisionismo di Tortona nel 2022, nasce da un recente lascito familiare ed è un patrimonio documentale di grande valore. Sono circa 740 documenti, raccolti in 96 unità archivistiche, più di 1200 fogli tra lettere, quaderni, cartoline e ritagli di giornale. Le lettere coinvolgono 48 interlocutori, con al centro l’amicizia artistica con Giovanni Pellizza da Volpedo, compagno di strada nel divisionismo e nell’arte sociale. Il materiale è stato ordinato e catalogato con cura, grazie al lavoro della storica dell’arte Giovanna Ginex e dell’archivista Alessia Francone, che hanno anche promosso incontri pubblici per far conoscere questo patrimonio.
Oltre a raccontare la vita e l’attività artistica di Morbelli, il Fondo svela curiosità e retroscena, grazie alle sue lettere ironiche e agli scambi con colleghi e amici. La stessa Pinacoteca, dedicata al divisionismo, ospita un nucleo originario di opere di Pellizza, tra cui “Il cammino dei lavoratori”, che ha ispirato “Il Quarto Stato”. Il museo espone 145 opere di 59 artisti del movimento, con nomi come Segantini, Nomellini, Previati, Severini, Rosso, Balla e Boccioni. Otto tele sono di Morbelli, comprese due della serie dedicata agli anziani del Pio Albergo Trivulzio, tra i suoi lavori più amati.
Tra queste, “Una partita a carte” del 1904, acquistata direttamente da Vittorio Emanuele III, racconta con un tocco malinconico la vita nell’ospizio milanese. La sua presenza nella Pinacoteca è un richiamo forte al talento e all’impegno sociale che segnano tutta la sua arte.
Dalle prime lezioni a Milano e Firenze ai primi passi nel mondo dell’arte
Angelo Morbelli nasce ad Alessandria il 18 luglio 1853 in una famiglia benestante ma semplice, come lui stesso ricordava. Fin da piccolo mostrò attitudine per la musica, ma un’infezione contratta in collegio gli comprometteva l’udito. Per non interrompere la sua vena artistica, i genitori lo indirizzarono alle arti visive, sostenendolo con un sussidio comunale che gli permise di trasferirsi a Milano e iscriversi all’Accademia di Brera.
A Brera seguì corsi di figura, nudo, paesaggio e prospettiva, mettendo solide basi tecniche. A 21 anni espose per la prima volta, presentando due opere: “Interno del coro del monastero maggiore” e “Goethe morente”. Intorno al 1881 fece un viaggio di studio a Firenze, documentato da lettere in cui chiedeva permessi per dipingere all’aperto nel Giardino di Boboli e tessere per visitare gratis i musei e copiare i capolavori.
Quel periodo fu decisivo per affinare la tecnica e la cura dei dettagli. Morbelli strinse rapporti con artigiani come corniciai, con cui fece accordi commerciali in cui cedeva quadri in cambio di servizi: un esempio di come già allora la sua arte si confrontasse con il mercato. Tornato a Milano, divise la vita tra la città e la campagna di Rosignano, nel Monferrato, fonte d’ispirazione preziosa.
Divisionismo: la sfida di una nuova tecnica pittorica
A Milano Morbelli non si accontentò degli insegnamenti tradizionali di Brera, che trovava poco adatti alla sua visione. Attirato dal fermento artistico e dalle nuove tendenze, aderì al divisionismo, tecnica innovativa che scomponeva i colori in piccoli tocchi o fili puri, messi vicini per creare effetti di luce negli occhi di chi guarda.
Un lavoro che richiedeva dedizione e pazienza. Morbelli stesso paragonava la tecnica a un esercizio musicale, simile alle scale del pianoforte, e nel suo “Diario” la definì una vera e propria “Via Crucis del Divisionismo”. Per lui migliorare la tecnica era una sfida continua, un percorso che andava oltre i temi tradizionali. La luce e l’effetto ottico erano al centro della sua nuova poetica, applicata con rigore ma anche passione.
Con questo metodo realizzò opere in cui si univano osservazione sociale e virtuosismo tecnico. Credeva fermamente che l’arte dovesse avere un ruolo impegnato, raccontare la vita di tutti i giorni e le difficoltà dei più deboli, andando oltre il semplice piacere estetico.
L’arte che racconta la realtà: la dimensione sociale nelle opere di Morbelli
La carriera di Morbelli prese presto quota, con ampio riconoscimento in Italia e all’estero. Nel 1883 vinse il primo premio a Brera con “Giorni ultimi”, che mostrava con tono malinconico un refettorio del Pio Albergo Trivulzio di Milano. Nel 1887 partecipò all’Italian Exhibition di Londra grazie al mercante Vittore Grubicy.
Nel 1895 espose alla prima Biennale di Venezia “Per ottanta centesimi!”, un quadro che denunciava le condizioni durissime delle mondine del Vercellese. Donne che lavoravano fino a dodici ore nell’acqua stagnante, pagate una miseria. Oggi considerato un capolavoro, all’epoca fu accolto con freddezza e non venduto né in Italia né in Germania.
Fino al 1912 rimase a lavorare nel suo studio milanese, riapparendo poi alla Mostra d’arte della campagna irrigua, dove l’opera fu apprezzata e acquistata dall’imprenditore collezionista Antonio Borgogna. L’opera suscitò anche critiche pungenti, soprattutto per la posa delle lavoratrici, ritratte di spalle con un realismo sociale evidente.
Per Morbelli l’arte doveva avere un ruolo civile e umano. Le sue lettere a Pellizza da Volpedo mostrano una convinzione condivisa: “addio all’arte fine a sé stessa, ora contava solo quella che dava voce a chi era ignorato.” Il lungo lavoro al Pio Albergo Trivulzio trovò il suo culmine nella serie “Il poema della vecchiaia”, presentata alla Biennale del 1903, che racconta con delicatezza i volti segnati dal tempo e la condizione degli anziani.
Dietro le quinte: retroscena e curiosità dal Fondo Morbelli
I documenti conservati nella Pinacoteca Divisionismo non sono solo biografia, ma mostrano anche l’uomo dietro l’artista. Morbelli raccontò di essere stato “trombato” a un premio, criticando la rigidità dei giurati, che chiamava “codini”. All’estero si sentiva forse più apprezzato che nel Piemonte dov’era nato.
Spesso doveva fare i conti con problemi tecnici, come la scarsa qualità dei colori che, una volta stesi sulla tela, si “gommificavano” rovinando il lavoro. Prima di un’esposizione in Germania ammise senza remore di non sapere il tedesco e di non volerlo imparare, preferendo il francese, che aveva studiato da solo.
Un’altra lettera mostra la pragmaticità degli amici: uno gli consigliò di alleggerire un quadro troppo triste, togliendo un carro funebre visibile dalla finestra e sostituendolo con qualcosa di più sereno, per renderlo più vendibile. Questi dettagli rivelano non solo il Morbelli artista ma anche l’uomo che cercava di destreggiarsi tra creatività e mercato.
