Nel 2021, un fondo seed da 53 milioni di euro ha acceso i riflettori su un’Italia del venture capital ancora in bilico tra opportunità e difficoltà. Aurelio Mezzotero, managing partner di The Techshop, ha vissuto in prima persona questa transizione. Racconta di un mercato, fino a poco tempo fa quasi “preistorico”, che sta finalmente trovando la sua strada, fatta di specializzazione e maturità. Non basta correre dietro alle mode: serve pazienza, capire a fondo le tecnologie e costruire legami solidi con team capaci di resistere alle sfide. Il settore digitale, il software e l’intelligenza artificiale sono al centro di questa scommessa, ma l’Italia deve ancora fare i conti con procedure lente e un contesto che, pur crescendo, fatica a tenere il passo con i giganti europei.
Il cammino degli investimenti in startup in Italia è stato tutt’altro che semplice. Mezzotero ha mosso i primi passi nel private equity, maturando competenze che poi gli hanno permesso di spingere il venture capital anche in istituzioni tradizionali come Intesa Sanpaolo. A cavallo tra gli anni 2000 e il 2010, lui definisce quel periodo “preistorico”: non c’era ancora una struttura chiara, trovare esempi da seguire era quasi impossibile. La svolta è arrivata con un pizzico di spirito pionieristico: studiare manuali internazionali, come quello di Harvard, e mettere insieme piccoli fondi, tra cui Atlante Ventures da 50 milioni di euro. Anche senza un focus preciso sui settori, quei capitali limitati hanno permesso qualche exit di rilievo. Ma dall’esperienza corporate Mezzotero ha capito che servivano approcci più agili e flessibili. Così, nel 2021, insieme a Gianluca D’Agostino ha fondato The Techshop, un fondo pensato per accompagnare startup digitali con investimenti seed tra 500mila e un milione di euro, puntando su settori innovativi e con ambizioni internazionali.
The Techshop Capital arriva come una ventata di specializzazione nel venture capital italiano. Non si tratta solo di mettere soldi nelle startup, ma di offrire un vero e proprio “negozio” di supporti ai fondatori. Il fondo da 53 milioni, nato dall’idea di Mezzotero e D’Agostino, concentra i suoi investimenti in startup digitali B2B, soprattutto in software, intelligenza artificiale, marketplace e piattaforme digitali. Techshop non si limita a finanziare le aziende nelle prime fasi, anche quando non hanno ancora fatturato, ma le affianca nello sviluppo strategico e commerciale. Oggi il portafoglio conta 23 realtà, più avanti del previsto nel ciclo di investimento, segno che il capitale si chiude in fretta. La due diligence si basa su due aspetti fondamentali: la solidità tecnica del progetto, verificata nel dettaglio del tech stack, e la forza del team nel saper affrontare le difficoltà. Importante: si investe sempre in gruppi di fondatori, mai in singoli, perché il capitale umano è la vera chiave per limitare i rischi e far crescere la startup in mercati complessi.
Uno degli aspetti più spinosi nel rapporto tra startup e investitori riguarda i tempi per chiudere un round. Spesso i fondatori si aspettano iter veloci, ma la realtà è ben diversa: la due diligence richiede tempo, soprattutto quando l’investimento supera certe cifre. Mezzotero racconta che, tra valutazioni accurate, normative stringenti e il controllo della Banca d’Italia, i mesi volano. Inoltre, serve il via libera unanime di tutti i partner del fondo. Non ci sono scorciatoie. Un caso emblematico riguarda un giovane fondatore molto preparato, convinto di chiudere in fretta, che invece ha dovuto aspettare sei mesi per ottenere un round Serie A importante. Questo dimostra che il fundraising è molto più di una semplice raccolta di capitali: è un percorso di fiducia e di costruzione di partnership durature.
Le startup in fase seed spesso non hanno dati finanziari solidi, e questo rende più complessa la valutazione. Nel caso di The Techshop, si guarda poco ai numeri, spesso assenti o poco affidabili. Ci sono invece due aspetti che contano davvero: la struttura tecnologica del prodotto — il cosiddetto tech stack — che deve essere solida, flessibile e pronta a crescere, e soprattutto il team. La composizione, la complementarità tra i fondatori e la loro capacità di affrontare i momenti difficili sono fondamentali. Il fondo si avvale anche di un talent advisor per valutare le dinamiche interne. Mezzotero sottolinea che spesso alla decisione finale si arriva anche con un giudizio istintivo, un “gut feeling”, ma sempre basato su elementi concreti. Insomma, nel venture capital il vero successo dipende dalle persone, non solo dall’idea o dalla tecnologia.
Un punto fermo nella filosofia di investimento di The Techshop riguarda il team fondatore. Mezzotero è chiaro: mai finanziamenti a startup con un solo founder. È un rischio che si corre per privilegiare squadre già solide e affiatate. La ragione è semplice: servono più teste e più capacità per superare le sfide operative, tecniche e di mercato; una leadership sola rischia di far crollare tutto. Grazie anche a strumenti come interviste mediate da un talent advisor, si analizzano con attenzione le dinamiche umane per capire come reagiranno i fondatori alle difficoltà. Questo approccio dimostra che nel venture capital italiano non basta avere un’idea brillante o un prodotto innovativo. Serve una base umana forte e una governance equilibrata. In un mercato che diventa ogni giorno più competitivo, questa strategia è una scelta di prudenza e di buon senso.
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