Nel cuore di Venezia, tra calli e canali, una mostra di Giuseppe Di Liberto cattura l’attenzione con un’idea insolita: l’apocalisse non come fine assoluta, ma come inizio di qualcosa di nuovo. Appena entrati nella project room di Ca’ Pesaro, il pavimento ricoperto di lastre di calcestruzzo sembra un dettaglio freddo, quasi banale. Eppure, quella scelta materica è solo il primo passo di un percorso sensoriale che coinvolge vista, tatto e persino olfatto. L’installazione si sviluppa in un ciclo di trasformazioni che costringe a fermarsi, a riflettere su cosa significhi davvero la parola “fine”. Non è un epilogo definitivo, ma una soglia, un momento di passaggio dove l’apocalisse si fa rivelazione e rinascita.
“Per sempre, fino alla fine”: poesia e materia in scena
L’installazione di Di Liberto, intitolata “Per sempre, fino alla fine”, si presenta come una serie di lastre di calcestruzzo adagiate sul pavimento. Questa base essenziale diventa un campo di indagine estetica e concettuale: a intervalli regolari, nebulizzatori spruzzano acqua sulla superficie. Dietro a questa azione semplice, però, si nasconde un meccanismo ingegnoso: grazie a una vernice trasparente idrorepellente applicata dall’artista, la bagnatura fa emergere immagini nascoste. Quando il calcestruzzo si asciuga, le immagini spariscono, dando vita a un gioco continuo di apparizioni e scomparsa. A completare l’esperienza, una fragranza pensata da Alessandra Avanzi, che unisce note di carbone e legno bruciato, richiamando l’odore del fuoco e della distruzione, aggiungendo così una dimensione sensoriale che va oltre il visivo.
Questo continuo cambiamento, tra visibile e invisibile, diventa una metafora del tempo e della memoria. L’opera racconta il contrasto tra ciò che rimane e ciò che svanisce, simboleggiando la natura effimera della realtà. Il calcestruzzo, materiale che di solito evoca solidità e durata, mostra la sua fragilità di fronte al tempo, mentre l’immagine nascosta resta un ricordo che si dissolve. La fragranza lega insieme elementi naturali e artificiali, fuoco e acqua, presenza e oblio. Così lo spettatore si trova immerso in un’esperienza che si svolge davanti ai suoi occhi, coinvolgendo tutti i sensi e chiedendo di essere interpretata.
Apocalisse: tra rivelazione e segreto nel lavoro di Di Liberto
Per capire davvero “Per sempre, fino alla fine”, bisogna tornare all’origine della parola “apocalisse”, come ricorda la curatrice Marta Cereda nelle note della mostra. Il termine viene dal greco e significa “rivelazione”. Non si tratta quindi di una catastrofe in senso stretto, ma di un momento di luce improvvisa, un evento che fa emergere verità nascoste. Solo con la tradizione cristiana ha preso il senso di fine del mondo, come lo immaginiamo oggi. L’opera di Di Liberto gioca proprio su questo doppio significato: il continuo emergere e sparire delle immagini richiama quel gioco tra rivelazione e occultamento.
Le immagini che appaiono non sono casuali. Tra barche, onde e motivi floreali spicca il dettaglio di un cranio, simbolo che ricorda la fragilità della vita e la presenza della morte. Questo “memento mori” si inserisce in una composizione che parla dell’instabilità dell’esistenza e delle civiltà. Le fonti da cui Di Liberto attinge sono molteplici: miniature medievali, meme digitali, iconografie religiose legate alla dannazione, immagini dei social media. Tutto questo crea una sorta di atlante visivo dell’apocalisse oggi, che attraversa epoche e culture senza fermarsi a un’unica definizione.
Il lavoro si lega anche al pensiero filosofico contemporaneo, in particolare ai testi di Federico Campagna, filosofo italiano attivo a Londra e Ginevra, noto per i suoi studi sull’apocalittico e la metafisica della cultura. Diverse mostre recenti, come la rassegna “8albe” in Val di Noto, hanno fatto riferimento alle sue riflessioni per affrontare temi come cosmogonie e distopie. Questa contaminazione tra arte e filosofia dà alla mostra veneziana un respiro internazionale e una profondità in più.
La fine come ciclo: una visione plurale dell’apocalisse
Il titolo “Per sempre, fino alla fine” è un ossimoro che apre a una riflessione sul tempo: la fine non è un punto fermo, ma parte di un ciclo che si ripete. L’opera costruisce un gioco simbolico tra ciò che si mostra e ciò che si nasconde, un modo per riflettere sulla complessità della morte e della fine dal punto di vista umano. Il momento in cui l’immagine appare sul calcestruzzo corrisponde a un attimo di comprensione della fine, mentre la sua scomparsa rappresenta l’impossibilità della coscienza di afferrare davvero il concetto di fine assoluta.
Campagna, nei suoi ultimi scritti, invita a vedere l’apocalisse al plurale. La storia è piena di imperi che sono caduti, di culture e specie scomparse. La fine del mondo non è un evento unico globale, ma un intreccio di molteplici fini che si alternano nel tempo. La mostra di Di Liberto racconta proprio questa continua alternanza tra distruzione e creazione, morte e rinascita.
Venezia, con la sua storia e il suo patrimonio, è il luogo perfetto per un’opera che spinge a riflettere sui processi storici e culturali che plasmano il presente e il futuro. L’esperienza visiva, tattile e olfattiva proposta invita a rivedere il concetto di apocalisse, trasformandolo da minaccia in possibilità di rinascita e cambiamento. La mostra sarà aperta fino al 6 settembre 2026, offrendo a chiunque voglia l’occasione di confrontarsi con una delle interpretazioni più intense e attuali del contemporaneo.
