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Venezia 2024: la Videoarte Protagonista della 61ª Esposizione d’Arte con la Mostra Canicula

A Venezia, quest’anno, la videoarte non si limita a esporre: invade la città. Schermi e proiezioni spuntano ovunque, dai palazzi istituzionali agli angoli più nascosti, trasformando la città in una galleria a cielo aperto. In una città dove spostarsi è spesso una sfida, tra calli strette e regole severe, la videoarte trova il suo spazio con pochi elementi: un monitor, una parete vuota, e la magia prende forma. Dietro quella semplicità apparente si nasconde un lavoro meticoloso, pensato per far dialogare ogni immagine con l’ambiente che la ospita. Venezia si fa allora liquida e mutevole, e ciò che appare sullo schermo diventa parte integrante del viaggio sensoriale di chi la attraversa.

Videoarte protagonista alla Biennale

La 61esima Esposizione Internazionale d’Arte ha consacrato la videoarte come protagonista indiscussa di questa stagione. Facile da fruire, adattabile agli spazi espositivi e legata al mondo digitale, questa forma d’arte sembra cucita su misura per Venezia. I video sono ovunque, ma non sono riempitivi. Le installazioni sono di alto livello e il rapporto con l’ambiente è curato nei minimi dettagli: non si tratta di proiettare immagini a caso, ma di inserire le opere in modo calibrato, moltiplicandone il valore interpretativo. A Palazzo Grassi, per esempio, i film di Amar Kanwar scorrono su diversi schermi, creando un ambiente immersivo che più che una semplice proiezione sembra un racconto a più strati. Un’esperienza emotiva intensa, capace di avvolgere il visitatore in una narrazione delicata ma profonda.

Al Palazzo delle Prigioni, invece, lo spazio ospita un evento dedicato a Taiwan, dove Li Yi-Fan mescola realtà e allucinazione digitale in modo da coinvolgere direttamente chi guarda. Le immagini si diffondono e si sovrappongono, oltrepassando i confini dello schermo e invadendo il mondo reale. Freschezza e audacia in questi lavori segnano un nuovo modo di leggere il video nel contesto storico e culturale di Venezia.

Tra storia e innovazione: installazioni che colpiscono

Le videoinstallazioni non stanno solo nei luoghi più eleganti o istituzionali. All’Oratorio dei Crociferi, per esempio, il lavoro di Leva Lenugaryte si fonde con gli affreschi e gli spazi antichi in modo armonioso. All’Ateneo Veneto, Natasha Tontey combina tecnologia e pittura classica, offrendo una nuova luce agli affreschi di Jacopo Palma il Giovane e svelando dettagli che difficilmente si notano durante una visita tradizionale.

Questa tensione tra arte antica e nuova tecnologia è fondamentale a Venezia e diventa un vero e proprio codice estetico nel Padiglione della Danimarca ai Giardini. Qui Maja Malou Lyse costruisce un’architettura video che affronta temi forti e attuali come il pornografico e la fertilità maschile. Il linguaggio è diretto, senza mezzi termini, e indaga corpo e identità con una combinazione di provocazione e rigore formale.

Anche gli spazi pubblici entrano in gioco: a maggio, Campo Manin si trasforma in uno schermo urbano gigante con le proiezioni della rassegna If All Time Is Eternally Present. Le opere di Kandis Williams, Tai Shani, Meriem Bennani e Orian Barki animano la piazza con immagini dense di significato e tensione politica, accessibili a chiunque passi di lì, regalando un’esperienza artistica immediata e democratica.

Canicula: videoarte tra corpo e spazio all’Ospedaletto

Nel cuore di Venezia, il Complesso dell’Ospedaletto ospita Canicula, terzo capitolo della Trilogia delle Incertezze curata da Leonardo Bigazzi e Alessandro Rabottini, promossa dalla Fondazione In Between Art Film. Qui la videoarte mostra tutta la sua forza visiva e concettuale. Abbandonate le atmosfere malinconiche e rarefatte delle precedenti Penumbra e Nebula , Canicula si presenta abbagliante, aggressiva, pronta a rompere schemi e aspettative.

Ogni opera crea un equilibrio dinamico tra forma e contenuto, immagine e messaggio. La bellezza non è sempre immediata, né la visione spontanea; ma la ricchezza di significati resta, attraversando temi come percezione, memoria, presenza e assenza. P. Staff, per esempio, con Terminal Lucidity esplora la “lucidità terminale”, quel fenomeno neurologico di chiarezza estrema negli ultimi momenti di vita. Le luci e i colori si espandono dallo schermo trasformandosi in una scultura luminosa che accompagna lo spettatore lungo una grande scala a chiocciola, un percorso sensoriale dove la videoarte diventa spazio.

Corpo, memoria e tecnologia al centro delle opere

Canicula ospita lavori densi di simboli e riferimenti al corpo. Janis Rafa mette a confronto il corpo umano e carcasse animali in Baby I’m Yours, Forever, scavando nel tema del sacrificio e nel contrasto tra sacro e profano, con una palette di rosso e blu che avvolge drammaticamente la Chiesa di Santa Maria dei Derelitti. Maya Watanabe trasforma la tundra artica e i resti di un mammut lanoso in un palcoscenico cosmico. Il suo Jarkov gioca con macro e micro, luce e ombra, su un pavimento inclinato che disorienta lo spettatore, trascinandolo in uno spazio che sembra insieme claustofobico e infinito, creando un disorientamento controllato.

Da non perdere la complessità narrativa e tecnica di Roman Khimei e Yarema Malashchuk con Wishful Thinking, che proietta lo spettatore in un futuro immaginato, ricco di riferimenti storici, artistici e testimonianze drammatiche. Massimo D’Anolfi e Martina Parenti con 24 Landscapes + A Vision propongono un ciclo di creazione e distruzione lungo 68 minuti, un vero viaggio tra ambienti e paesaggi, reso possibile grazie all’Eye Filmmuseum di Amsterdam.

Tecnologia e controllo: il racconto di Canicula

Tra gli artisti in mostra spiccano anche Yuyan Wang, Wang Tuo e Lawrence Abu Hamdan, che riflettono sulle implicazioni sociali e politiche delle nuove tecnologie. Abu Hamdan con 450XL: The Story of a Fugitive Sound, un lavoro a quindici canali, gioca con suoni e immagini in bianco e nero per raccontare storie di identità e controllo, sprigionando una tensione emotiva forte e attuale.

Canicula assume così una valenza simbolica potente: richiama la “canicola”, l’estate bollente, come metafora delle crisi climatiche e sociopolitiche di oggi, vista attraverso uno sguardo inquietante e potente. La mostra non punta allo spettacolo facile, ma richiede attenzione, un incrocio tra contemplazione e riflessione sulle ombre che si allungano sul presente e sulle strade possibili per il futuro.

Tra morte, creazione, tecnologia e decadenza, lo spettatore viene messo di fronte a un monito antico e sempre attuale: una luce troppo intensa può diventare fiamma, e con essa portare alla distruzione. Venezia, con tutte le sue contraddizioni, conferma ancora una volta il suo ruolo di crocevia fondamentale per la ricerca artistica più contemporanea e impegnata.

Redazione

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