Entro la fine del primo ciclo del PNRR, l’Italia ha visto nascere nuove reti in fibra ottica e una crescita significativa della mobilità elettrica nelle città. Ma la corsa verso le smart city non si ferma qui. Ora le amministrazioni locali e le imprese si trovano davanti a una sfida più complessa: trasformare queste infrastrutture in sistemi integrati, capaci di durare nel tempo e di rispondere alle esigenze reali dei cittadini. Non basta più finanziare grandi progetti; serve una visione che metta al centro efficienza energetica, gestione del territorio e una collaborazione solida tra pubblico e privato.
Dietro a ogni cavo e a ogni bus elettrico c’è una partita di competenze e pianificazione. La strada per evitare il digital divide e l’obsolescenza tecnologica è tracciata, ma ora serve concretezza. Ecco dove si gioca la vera partita delle smart city italiane.
Fibra ottica, la spina dorsale delle città digitali
La connettività ultraveloce è diventata il vero pilastro dell’ecosistema digitale delle città italiane. Grazie al Piano Italia a 1 Giga di Open Fiber, oggi il 70% del territorio nazionale è coperto da fibra ottica, frutto di un mix di investimenti pubblici e privati. L’obiettivo ha puntato soprattutto su circa 250 grandi città e oltre 6.000 comuni più piccoli, da nord a sud.
La fibra non è più un semplice strumento tecnico o una comodità: è la base per servizi urbani intelligenti, che vanno dalla sicurezza al controllo ambientale. Adesso la sfida è trasformare questa infrastruttura in servizi concreti e accessibili a tutti, coinvolgendo la Pubblica Amministrazione in progetti mirati, basati sulle priorità reali e sulle risorse messe a disposizione dal PNRR.
Dal punto di vista ambientale, la fibra ottica consente un risparmio energetico di ben l’86% rispetto alle reti tradizionali, contribuendo a ridurre l’impatto sull’ambiente urbano. Sul fronte economico, la fibra ha inciso per il 4,4% sul PIL nazionale, diventando un vero motore di sviluppo territoriale. Open Fiber parla di “Fiber to Everything”, un’idea che va oltre le grandi città, estendendo la tecnologia a tutto il Paese.
In una nazione esposta a rischi come terremoti e frane, una rete veloce e affidabile permette un monitoraggio continuo e in tempo reale, aumentando la capacità di prevenzione e intervento delle amministrazioni locali.
Mobilità elettrica: più che cambiare autobus, serve un sistema integrato
Il trasporto pubblico è da sempre un elemento chiave per la qualità della vita in città. Prima del PNRR, l’età media degli autobus in Italia superava i dieci anni, la più alta in Europa, un freno evidente alla mobilità sostenibile. I fondi del PNRR hanno cambiato rapidamente le carte in tavola: grazie ai finanziamenti europei, sono arrivati mezzi elettrici di ultima generazione, abbassando l’età media della flotta a circa otto anni.
Ma l’elettrificazione non si limita alla sostituzione dei vecchi bus con quelli a batteria. Come sottolinea Enel, la mobilità elettrica è un sistema complesso, che comprende mezzi, infrastrutture di ricarica e software per la gestione energetica e la connettività urbana. È necessario un coordinamento preciso, perché le città consumano sempre più energia e serve un equilibrio efficace tra domanda e offerta.
Milano e Torino sono esempi virtuosi, con progetti che elettrificano depositi e punti di ricarica, integrandoli con le reti elettriche cittadine. In molti altri territori, soprattutto nelle realtà più piccole, permangono difficoltà legate a competenze tecniche e risorse digitali limitate, fattori che rischiano di rallentare l’adozione di soluzioni moderne per la mobilità sostenibile.
Obsolescenza tecnologica, la sfida di gestire un futuro in continua evoluzione
Il progresso veloce della tecnologia può diventare un problema se le infrastrutture smart non sono pensate per aggiornarsi e adattarsi nel tempo. Gli autobus elettrici, le stazioni di ricarica, le batterie e le piattaforme software hanno cicli di vita più brevi rispetto alle tecnologie tradizionali. Per questo serve puntare su soluzioni modulari e aperte, che facilitino gli aggiornamenti e la compatibilità futura.
In questo quadro, la “Second Life” delle batterie elettriche rappresenta una risorsa importante, sia dal punto di vista economico che ambientale. Le batterie dei veicoli elettrici, dopo circa dieci anni di uso, non sono più efficienti per la mobilità ma mantengono una buona capacità di accumulo. Riutilizzandole come sistemi di accumulo fissi, ad esempio nei depositi dei mezzi pubblici, si può ottimizzare la gestione della rete e ridurre i picchi di consumo durante le ricariche.
Questa pratica, che rientra nell’economia circolare, permette di recuperare materiali preziosi altrimenti destinati allo smaltimento, con benefici sia per l’ambiente che per la stabilità operativa della mobilità sostenibile.
Pubblico e privato, insieme per governare le smart city italiane
La trasformazione digitale delle città non può prescindere da un modello di gestione che metta insieme pubblico e privato. Molti enti locali non hanno le competenze o le risorse per gestire da soli infrastrutture tecnologiche così complesse.
Le partnership pubblico-private rappresentano quindi una strada obbligata: comuni e aziende di trasporto uniscono know-how e capitali, garantendo continuità negli investimenti e capacità operativa sul lungo periodo. Questo è fondamentale soprattutto per le città di medie e piccole dimensioni, dove il rischio di obsolescenza, mancanza di manutenzione e aggiornamenti può essere più alto.
Queste alleanze industriali non puntano solo al profitto, ma cercano di creare servizi con un alto valore sociale. Il coordinamento con i fondi europei e regionali rende possibile un’espansione tecnologica sostenibile e un salto di qualità nella vita quotidiana degli abitanti.
La sfida per l’Italia nel 2026 sarà far diventare queste capacità gestionali parte integrante del sistema nazionale, affinché l’innovazione tecnologica non resti solo un’infrastruttura, ma diventi davvero un motore di crescita economica e sociale.
