Nel cuore di Sirolo, tra le vie antiche di questo angolo delle Marche, una mostra trasforma il teatro in stoffa. I costumi di Elena Mannini, grande maestra del Novecento, si animano qui come personaggi a sé stanti. Non sono semplici abiti: sono gesti, pieghe che raccontano storie, tessuti che dialogano con lo spazio e il corpo. Fino al 30 agosto 2026, il Teatro Comunale Cortesi e il Teatro Studio San Lorenzo accolgono chi vuole scoprire cosa succede davvero dietro le quinte, dove il costume diventa voce e presenza.
Il Fondo Elena Mannini è arrivato a Sirolo grazie alla donazione della famiglia della costumista nel 2024. Non è un semplice deposito di materiale, ma un archivio che respira, pensato per entrare in relazione con il luogo e chi lo visita. La scelta di Sirolo non è casuale: i due teatri del borgo, il Comunale Cortesi e lo Studio San Lorenzo, sono insieme palcoscenico e contenitore, creando un dialogo diretto tra bozzetti, fotografie, tessuti e l’atmosfera che li circonda. I manifesti e i costumi smettono di essere solo testimonianze passive per trasformarsi in protagonisti attivi di una storia che parla di corpo e movimento. Le scale, i corridoi e le quinte diventano parte dell’allestimento, immergendo il visitatore in una dimensione scenica dove passato e presente si incontrano.
Il Centro Studi Drammaturgici Internazionali “Franco Enriquez” cura il progetto con l’obiettivo di far emergere il valore educativo e culturale di questo materiale. Sirolo si trasforma così in un punto di osservazione privilegiato sulla scena italiana degli ultimi decenni del Novecento, senza la pretesa di competere con le grandi capitali teatrali. Qui il rapporto tra pubblico e documenti si fa intimo, in un ambiente che punta sulla vicinanza e sulla familiarità, lontano dalla grandeur ma ricco di umanità.
Il lavoro di Mannini si distingue per la cura con cui lega la forma al movimento e alla presenza scenica. I suoi bozzetti non sono semplici disegni, ma già raccontano una storia, anticipano l’energia e il gesto che l’attore porterà in scena. Le tavole, ricche di colori vivaci, trovano un equilibrio tra rigore pittorico e drammaturgia, suggerendo un dinamismo che va oltre il foglio.
Le fotografie in mostra mostrano come i costumi trasformino il corpo in personaggi vivi e parlanti. Nel “Sogno di una notte di mezza estate” diretto da Beppe Menegatti nel 1963 a Fiesole, i vestiti di Mannini sottolineano leggerezza e sospensione, allargando lo spazio scenico con tessuti e sagome che creano un’atmosfera onirica. La collaborazione con grandi nomi come Carla Fracci e Gian Maria Volonté conferma il ruolo centrale di Mannini nella scena italiana di quegli anni. Il suo lavoro si estende anche al teatro di García Lorca e alla musica, superando i confini del teatro tradizionale.
Nel 1969, al Festival dei Due Mondi di Spoleto, “Orlando furioso” segna una svolta nel teatro italiano grazie alla regia di Luca Ronconi e ai costumi di Mannini. Qui il costume esce dal ruolo consueto per diventare strumento di identificazione immediata e parte integrante di un sistema scenico nuovo, basato su azioni simultanee e spazi moltiplicati.
I costumi di Mannini mescolano riferimenti rinascimentali rielaborati con libertà e tocchi moderni, trasformando gli attori in figure simboliche più che in riproduzioni storiche fedeli. Le armature leggere e i tessuti stratificati diventano sculture in movimento, dove tradizione e astrazione si incontrano. Il materiale esposto – dagli articoli ai manifesti – racconta uno spettacolo in cui ogni dettaglio visivo e tecnico serviva a costruire un effetto complessivo potente, testimoniando il valore della collaborazione artistica nella scena italiana contemporanea.
Nel 1975-76 il Teatro di Roma porta in scena “Coriolano” diretto da Franco Enriquez, un altro capitolo importante nel lavoro di Mannini. Le immagini mostrano un ambiente grezzo, fatto di impalcature e superfici ruvide, che aumentano la tensione drammatica. Il costume di Tullio Aufidio va oltre l’estetica: diventa una scultura che incarna la brutalità e la violenza del potere.
Realizzato dalla Sartoria Russo con materiali compositi e forme asimmetriche, l’armatura non cerca il realismo storico ma punta a una presenza scenica forte e concreta. Anche esposto da solo, il costume sembra vivo, suggerendo la postura e il peso di chi lo ha indossato. Qui Mannini mostra come il costume possa rivelare le tensioni interiori del personaggio più che limitarlo a una descrizione letterale.
La mostra include anche la dimensione internazionale di Mannini, con i bozzetti per “Idomeneo” di Mozart, andato in scena nel 2010 a Praga sotto la regia di Yoshi Oida. I costumi bilanciano memorie classiche e invenzioni contemporanee, trasformando il coro in figure che richiamano le ceramiche greche senza cadere nella semplice ricostruzione.
Attraverso libretti, contratti e documenti emergono la versatilità e la capacità di Mannini di muoversi tra prosa, lirica, balletto e cinema. Parallelamente alla carriera pratica, ha avuto un ruolo fondamentale come insegnante all’Accademia di Belle Arti di Firenze e alla Silvio d’Amico di Roma, trasmettendo il costume non solo come tecnica ma come linguaggio culturale. Così ha contribuito a consolidare questa professione come un sapere che unisce creatività e artigianato.
La mostra si inserisce in un momento di crescente attenzione per il teatro storico nelle regioni del centro Italia. Nel luglio 2026, dieci teatri condominiali tra Marche, Umbria ed Emilia-Romagna sono stati inseriti nella Lista UNESCO per il loro modello unico di gestione e funzione sociale. Questo riconoscimento sottolinea il valore della partecipazione collettiva nella cura di spazi teatrali che da secoli animano la vita culturale.
Sirolo, pur non facendo parte del sito UNESCO, si colloca in questo scenario con i suoi teatri attivi, che uniscono storia, produzione artistica e ricerca. La mostra dedicata a Mannini rafforza l’immagine di un territorio che non si limita a custodire il passato, ma lo usa come fonte di ispirazione e riflessione per il presente.
Non si celebra solo una grande costumista, ma si dimostra come un archivio possa tenere viva la memoria e spingere verso l’innovazione. Sirolo, così, diventa un osservatorio privilegiato per capire una parte fondamentale del teatro italiano. Elena Mannini ha sempre dato forma a ciò che ancora non aveva corpo; oggi il borgo fa lo stesso, custodendo e animando la propria storia attraverso questa mostra e il dialogo con chi la visita.
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