Beirut pulsa sotto il sole cocente, mentre le montagne del Libano si stagliano maestose all’orizzonte. È qui che Rania Matar, fotografa libanese-americana, ha deciso di posare lo sguardo con il suo ultimo progetto, “Where Do I Go?”. Il libro, uscito in inglese e arabo per Kaph Books nella primavera del 2026, è scomparso dagli scaffali quasi subito, richiedendo una nuova tiratura. Non si tratta solo di fotografie: ogni immagine racconta una storia di giovani donne intrappolate tra speranze fragili, radici profonde e incertezze palpabili. Il suo racconto visivo attraversa spazi e silenzi, catturando non solo volti, ma anche i luoghi e le ombre che li avvolgono.
Dove va la gioventù libanese? Volontariato e scelte di vita dopo l’esplosione
“Where Do I Go?” nasce quasi per caso, subito dopo l’esplosione al porto di Beirut del 2020, un evento che ha lasciato un segno profondo nella città e nel Paese. Rania Matar è tornata in Libano con suo figlio Samer, che voleva dare una mano come volontario nelle operazioni di soccorso. Invece di catturare le rovine, ha rivolto l’attenzione alle giovani donne impegnate a ripulire le macerie. Da lì il progetto si è allargato, diventando una raccolta di storie di ragazze alle prese con un dilemma: restare o partire. Un fenomeno che coinvolge migliaia di giovani e rappresenta una ferita aperta nella società libanese, eco di un passato non troppo lontano, quello degli anni Ottanta, quando la stessa Matar lasciò il Libano.
L’immagine che dà il titolo al libro nasce da un momento improvviso: la fotografa e una delle protagoniste, Perla, si soffermano davanti a un graffito con la scritta in arabo “lawen ruh” . Quella domanda cattura il senso di smarrimento e la ricerca di un’identità di un’intera generazione. Le fotografie diventano così uno strumento per scavare dentro questioni che sono allo stesso tempo personali e collettive.
Tra Oriente e Occidente: l’identità femminile raccontata da uno sguardo doppio
Rania Matar vive tra due mondi e questa doppia appartenenza è il filo che attraversa il suo lavoro. Pur riconoscendo le sue radici palestinesi, è l’esperienza libanese quella che segna maggiormente la sua ricerca artistica. Cresciuta negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001, ha trovato nella fotografia un modo per superare le barriere che la società le imponeva, quelle divisioni tra “noi” e “loro”. Da questa prospettiva racconta la femminilità attraverso volti che sfuggono agli stereotipi e alle letture semplicistiche occidentali sul Medio Oriente.
Matar smonta il racconto dominante che spesso riduce le donne arabe a simboli di oppressione, dove il velo è visto solo come costrizione. Nelle sue immagini, invece, l’hijab è una scelta e non toglie forza alle protagoniste. Il suo lavoro sfida gli stereotipi, mettendo in luce l’umanità e la complessità di chi vive sospeso tra due culture.
Oltre il volto: donne, spazi abbandonati e natura in un dialogo vivo
Nel libro, le giovani donne non guardano sempre dritto in camera; alcune si voltano di spalle o nascondono il volto tra i capelli. Non è una regola, ma una scelta legata al momento e al rapporto tra fotografa e soggetto. Dietro ogni scatto c’è un’intesa, un dialogo che decide posa e ambientazione.
I luoghi sono quasi personaggi a parte: spazi abbandonati come la stazione di Rayak o l’Holiday Inn di Beirut si mescolano alle figure, creando contrasti forti tra memoria, bellezza e degrado. Questi ambienti raccontano epoche di guerra, sconvolgimenti sociali e vita quotidiana. La natura fa spesso capolino, con montagne e corsi d’acqua che fanno da cornice a scene cariche di tensione ma anche di leggerezza.
Le foto trasmettono un senso di pericolo sottile, tipico della realtà libanese, ma mostrano anche la forza di queste ragazze, che abitano quegli spazi con gesti di sfida e creatività. Alcuni scatti colgono il movimento, come la danza di Aya davanti a un murale, altri mostrano i segni del passato, come i fori di proiettile sui muri di un cinema abbandonato.
Nomi e storie: la memoria prende forma attraverso i volti
Ogni ritratto nel libro è accompagnato dal nome della donna fotografata: Mariam, Mirna, Rhea, Fawzia. Dare un nome significa restituire identità a chi spesso viene visto solo come parte di un insieme indistinto. Molte di queste ragazze sono sfollate, altre hanno subito lutti o vivono le conseguenze di conflitti ancora aperti. Metterle a fuoco come singole persone rende la loro esperienza ancora più concreta e umana.
Una storia in particolare emerge: quella di Samira, rifugiata palestinese di terza generazione nel campo di Burj al-Barajneh. Rania Matar l’ha seguita per oltre dieci anni, raccontando una vita che attraversa generazioni segnate dalla mancanza di documenti e opportunità. La foto simbolo con il filo spinato che Samira voleva immortalare parla di una prigionia invisibile, che va oltre le mura del campo.
L’Holiday Inn: un monumento alla guerra e alla memoria di Beirut
Tra i luoghi scelti nel libro spicca l’Holiday Inn di Beirut, un edificio che un tempo era simbolo di modernità e orgoglio nazionale. Completato nel 1974, con il suo ristorante girevole e la vista sulla città, è diventato teatro di violenze durante la guerra civile del 1975. Le “battaglie degli hotel” sono scolpite nella memoria di chi ha vissuto quegli anni, e per la fotografa rappresentano un punto di riferimento fondamentale.
Oggi l’Holiday Inn è abbandonato, segnato dalla guerra, con accessi limitati a causa della militarizzazione dell’area. Ottenere il permesso per fotografarlo è stato un lungo percorso, che conferma il valore simbolico e la delicatezza del tema. Le immagini scattate dentro, come quella di Tara nella piscina vuota, sono cariche di significato: la giovane appare piccola davanti all’enorme struttura ferita, evocando riflessioni sul tempo e sulla storia.
Passato e presente a confronto: fotografie d’archivio e testi che raccontano il Libano
Il progetto include anche immagini vernacolari dalla collezione di Georges Boustany, collezionista di Beirut che conserva fotografie di vita quotidiana prima e durante la guerra civile. Questi scatti arricchiscono il racconto di Matar, offrendo uno sguardo storico e sociale che fa da ponte tra passato e presente.
Gli scritti di autori come Etel Adnan, che introducono il volume, rafforzano il legame tra memoria storica e narrazione contemporanea. Il libro ospita anche contributi critici che offrono spunti di riflessione, rendendo l’opera non solo una raccolta di immagini ma un documento culturale significativo.
Nuovi percorsi e radici riscoperti: la ricerca di sé tra passato e futuro
Dopo la morte del padre nel 2023 e il riaccendersi del conflitto a Gaza, Rania Matar ha iniziato a guardare con occhi diversi alle sue radici palestinesi. Pur sentendosi soprattutto libanese, ha intrapreso un viaggio dentro la sua storia familiare, esplorando archivi, fotografie e racconti di terza generazione palestinese.
Da qui è nato “Threads of Identity” , un progetto che racconta come il senso di appartenenza si trasformi nelle nuove generazioni, più consapevoli e determinate a riaffermare la loro cultura. La fotografia diventa così uno strumento per narrare una storia collettiva che si rinnova e si evolve, costruendo ponti tra generazioni e luoghi lontani.
Con questo percorso, la fotografa continua a spostare i confini, non solo geografici ma soprattutto tra memoria, identità e sogni per il futuro.
