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Pavia, l’arte sfida la termocamera: 5 opere che trasformano il controllo in creatività

A Pavia, una termocamera si trasforma in pennello. Non più solo uno strumento di controllo o prevenzione, ma un mezzo per raccontare storie diverse, invisibili all’occhio nudo. Alla fine di aprile 2026, l’Auditorium San Tommaso dell’Università di Pavia ospiterà un evento che sposta l’attenzione: qui, la tecnologia incontra l’arte per ribaltare il modo in cui percepiamo il corpo umano, rivelandone nuove forme e significati inaspettati.

Dal campo militare alle strade di tutti i giorni: la storia del thermal imaging

Il thermal imaging nasce in ambito militare, progettato per scovare obiettivi al buio o in condizioni difficili. La precisione nel rilevare temperature ne ha poi ampliato l’uso: dalla medicina alla sicurezza pubblica. Durante la pandemia, il termoscanner è diventato familiare a tutti, usato per controllare la febbre agli ingressi di uffici, scuole, negozi. Quel corpo umano ridotto a mappa di colori, senza volto né espressione, è diventato un semplice dato, un indicatore di salute o rischio, spogliato di ogni altra identità.

Questa diffusione silenziosa ha cambiato il nostro modo di vedere e pensare il corpo. La termografia impone un’idea di visione fredda e distaccata, riducendo la persona a un insieme di informazioni da analizzare. Uno sguardo che non cerca empatia, ma selezione e controllo, tracciando confini netti tra ciò che è sicuro e ciò che non lo è.

L’arte che rompe gli schemi: cinque opere contro la semplificazione termica

L’appuntamento di Pavia mette sotto i riflettori cinque lavori che usano la termografia per raccontare storie diverse, andando oltre la sorveglianza.

In “Cold As You Are” , Rebecca Moccia trasforma il thermal imaging in un archivio che attraversa città, luoghi di lavoro e spazi pubblici, mostrando come il calore possa svelare legami sociali e tensioni invisibili a occhio nudo. Qui il corpo non è più solo un dato, ma un nodo vivo di relazioni.

Daniele Costa, con “Seeing Beyond Fading” , porta la termografia in un hospice, dove il calore del corpo diventa traccia di una presenza che sfida il tempo e la fine. Il suo lavoro dà voce alla vulnerabilità umana, mettendo in luce una fragilità che si oppone alla freddezza dello strumento.

Con “Heat Us” , Stefania Ballone fa del calore una componente scenica: la performance coinvolge il pubblico in un’esperienza che va oltre la vista, toccando l’emotività e il corpo stesso, trasformando lo spettatore in parte attiva.

Il cinema sperimenta con “Waking Hours” di Federico Cammarata e Filippo Foscarini, presentato a Venezia. Il film segue la rotta balcanica e usa la visione termica per dare forma ai corpi invisibili della storia ufficiale, smontando narrazioni consolidate e puntando l’attenzione su chi resta ai margini.

Infine, “Thermodynamics of a Singularity” di Lorenzo Bacci e Flavio Moriniello, nato durante la pandemia e visto alla Triennale di Milano, ripensa la termografia come un linguaggio collettivo. Le immagini diventano terreno di confronto tra scienza e vissuto, mettendo in discussione ciò che è visibile e riconosciuto.

Corpo e termografia: dall’anonimato a una nuova presenza

La termocamera non restituisce volti o espressioni, solo variazioni di calore che si traducono in colori. Così il corpo perde i tratti che lo rendono unico e riconoscibile, diventando una presenza fluida, che cambia con il tempo e lo spazio. Questo cambia radicalmente il modo di “vedere” una persona.

Nel controllo militare o tecnologico, il corpo diventa solo un dato da monitorare, senza spazio per la complessità umana. L’arte invece riporta dentro senso e relazioni, trasformando quel dato in qualcosa di più ricco e sfaccettato. Le opere in mostra a Pavia dimostrano che usare la termografia al di fuori della sua funzione originaria apre una strada politica nuova, capace di mettere in discussione il potere del controllo visivo.

Guardare un’immagine termica vuol dire accettare di perdere dettagli riconoscibili per cogliere qualcosa d’altro: una presenza sfuggente, un altrove. È un invito a rallentare, a spostare l’attenzione dalla sicurezza alla complessità umana, a ripensare cosa significa vedere nel 2026.

“Thermal Imaging e Cultura Visuale: Pratiche Artistiche e Ricerca in Dialogo” è così un’occasione preziosa per riflettere sul rapporto tra tecnologia, arte e corpo, nel cuore dell’Università di Pavia il 30 aprile 2026. Un momento in cui controllo e resistenza visiva si confrontano, aprendo nuovi orizzonti per la cultura contemporanea.

Redazione

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