Nel panorama italiano dell’innovazione, le grandi aziende sembrano correre su una strada a loro familiare, mentre le piccole e medie imprese arrancano dietro, spesso lasciate indietro. Solo il 10% delle PMI collabora davvero con startup: un dato che non sorprende, ma che fa riflettere. Non è questione di budget, quanto piuttosto di mentalità e capacità organizzative. Le big company hanno fatto dell’open innovation un pilastro strategico, le PMI invece arrancano, fatte prigioniere da una visione ancora troppo tradizionale. Qualche segnale positivo c’è, ma la strada per un’innovazione diffusa e stabile resta lunga e irta di ostacoli.
Negli ultimi anni, le grandi aziende italiane hanno fatto dell’apertura verso l’ecosistema innovativo una prassi consolidata. Tra il 2018 e il 2025, la quota di grandi imprese che adottano pratiche di open innovation è salita dal 57% all’86%, quasi un balzo del 30%. L’approccio è passato da una fase di esperimenti a un vero e proprio pilastro strategico, con sistemi per misurare i risultati e integrare l’innovazione nelle decisioni aziendali. Non si tratta più di iniziative isolate, ma di progetti mirati e coerenti con il business principale, dove startup, università e centri di ricerca giocano un ruolo riconosciuto e importante.
Le grandi aziende hanno messo in piedi percorsi dedicati, con team che gestiscono i rapporti esterni e l’innovazione, adottando modelli come il venture clienting. Misurare i risultati, sia in termini di ritorni economici sia di miglioramento dei processi, è ormai una prassi diffusa che aiuta a calibrare gli investimenti e a sostenere la crescita.
La situazione cambia nettamente se si guarda alle PMI, vero motore del sistema produttivo nazionale. Nel 2025, quasi la metà di queste imprese non conosce nemmeno il concetto di open innovation, mentre un altro 25% ne ha solo una conoscenza teorica, senza applicazioni pratiche. Solo il 6% ha avviato percorsi strutturati, mentre il 9% sta ancora valutando qualche forma di sperimentazione.
Le difficoltà non sono solo economiche, come spesso si pensa. Mancano competenze specifiche, figure interne dedicate all’innovazione e la capacità di gestire rapporti complessi con partner esterni. Molte PMI adottano quindi un approccio prudente, senza riuscire a sostenere iniziative strutturate come acquisizioni, incubatori o hackathon, preferendo collaborazioni sporadiche e poco strategiche.
Nonostante tutto, qualche segnale di apertura si vede. Nel 2025, il 66% delle PMI non ha ancora intrapreso azioni sistematiche, ma tra le altre spiccano collaborazioni con startup , partnership con università e attività di scouting tecnologico . Sono approcci semplici, spesso episodici e con impatti contenuti.
L’open innovation inbound, cioè l’ingresso di soluzioni esterne, resta quindi limitata a iniziative poco impegnative, più reattive che strategiche, legate a occasioni del momento. Molte PMI non sono ancora riuscite a pianificare politiche organiche o a costruire legami stabili con l’ecosistema innovativo.
Ancora più marcata è la distanza sul fronte dell’outbound open innovation, ovvero la capacità di valorizzare all’esterno le innovazioni nate in azienda. L’84% delle PMI non ha mai adottato pratiche per condividere o monetizzare brevetti o soluzioni con partner esterni. Dietro questo ritardo ci sono barriere strutturali: risorse limitate, mancanza di competenze legali e tecnologiche, e difficoltà a proteggere la proprietà intellettuale.
L’assenza di outbound limita le possibilità di crescita e di sfruttamento economico delle idee interne. Attivare meccanismi di licensing, cessione o accordi strategici sarebbe un passo importante per aumentare il valore creato, ma per molte PMI si tratta ancora di un traguardo lontano a causa della mancanza di strumenti e conoscenze.
Nonostante il percorso lento, le PMI che hanno adottato l’open innovation vedono benefici tangibili. Il 54% segnala miglioramenti nei processi e nell’organizzazione, quasi la metà registra ritorni economici diretti, e il 41% nota un rafforzamento delle competenze interne. Per un altro 41%, infine, c’è stata una riduzione di costi e rischi legati all’innovazione.
Questi numeri dimostrano che l’open innovation, se applicata, porta vantaggi immediati e concreti, non solo visioni futuribili. Le PMI la considerano soprattutto uno strumento per aumentare la resilienza e gestire meglio il cambiamento, più che un mezzo per conquistare quote di mercato.
Il gap più evidente tra grandi imprese e PMI riguarda la collaborazione con startup. Nel 2025, il 63% delle grandi aziende italiane lavora regolarmente con startup per sviluppare innovazioni. Tra le PMI, la percentuale crolla al 10%. La differenza si spiega non solo con le risorse disponibili, ma anche con la propensione al rischio e la capacità di costruire relazioni a lungo termine.
Le grandi imprese hanno ormai superato la fase sperimentale, integrando le startup come partner chiave nei loro processi. Tra le PMI, invece, le iniziative restano sporadiche, spesso frutto di singoli imprenditori più intraprendenti o di esigenze contingenti, senza una visione d’insieme.
Le barriere per le PMI sono tante. La gestione quotidiana assorbe risorse e attenzioni, lasciando poco spazio all’innovazione. Mancano fondi e figure specializzate, e la difficoltà di vedere risultati a breve scoraggia gli investimenti.
Ma non mancano segnali positivi. Cresce l’interesse per modelli più snelli e concreti, come il venture clienting. Sempre più PMI guardano alle startup come partner tecnologici. Sta diventando chiaro che l’innovazione non può più restare confinata all’interno dell’azienda.
Per colmare il divario serve però un cambiamento culturale profondo, che sposti l’open innovation da iniziativa occasionale a scelta strategica e strutturata. Il supporto di associazioni di categoria, cluster territoriali e incentivi pubblici come il Piano Transizione 5.0 sarà fondamentale. Solo così le PMI italiane potranno sfruttare l’open innovation per crescere, creare valore condiviso e affrontare le sfide di un mercato sempre più competitivo.
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