A Milano, una mostra cattura lo sguardo con qualcosa di raro: il calore di un gesto umano, raccontato attraverso cartoline d’epoca. Camminando per le strade della città, ci si imbatte in immagini che parlano di mani che si stringono, di vicinanza, di affetti lontani ma tangibili. In un’epoca dominata dallo schermo, dove il virtuale prende il sopravvento, Riccardo Scibetta torna alle radici del contatto, a quei momenti concreti che spesso diamo per scontati. La sua mostra “Due”, in scena alla Alessia Paladini Gallery fino al 24 luglio, mette in scena storie di memoria e tenerezza, raccolte tra cartoline restaurate che sembrano sussurrare il valore di un abbraccio, di un legame che resiste al tempo.
Il progetto di Scibetta nasce da un ritrovamento fortuito ma significativo: una vecchia foto di famiglia in cui due persone si tengono per mano. Quel gesto, semplice ma carico di significato, ha acceso l’intuizione del fotografo palermitano. Da lì è partita una vera e propria esplorazione nella memoria, condotta con rigore da un moderno cercatore di storie.
Tra bancarelle di mercatini, negozi antiquari, album impolverati e scatole dimenticate, Scibetta ha raccolto centinaia di immagini – cartoline, dagherrotipi, diapositive della prima metà del Novecento. La sfida era trovare nuovi intrecci di mani, racconti fatti di pelle e sensibilità. Ogni immagine ha subito un attento restauro e una colorazione delicata, con un intervento che ha tolto più che aggiunto, per concentrarsi sull’essenza del gesto.
Il risultato è una serie di ritratti compositi: coppie, fratelli, amici, anziani, bambini e persino animali, tutti legati dal dettaglio che li rende unici e insieme universali. Lo sguardo si posa sulle mani saldamente intrecciate, ponti invisibili tra epoche e persone.
Chi si ferma davanti agli scatti di “Due” avverte subito una tensione tattile, un invito a sentire con gli occhi ciò che di solito si sperimenta con il corpo. Le mani parlano un linguaggio silenzioso che racchiude affetto, protezione, fiducia. È proprio questo aspetto sensoriale a guidare ogni composizione e a coinvolgere chi guarda, regalando un’esperienza quasi tangibile.
Riccardo Scibetta, architetto di formazione, con una lunga carriera da designer e artista visivo, ha sviluppato un linguaggio che sfugge ai canoni classici della fotografia. Dal primo decennio degli anni Duemila ha scelto un approccio libero, mescolando tecnica e immaginazione per raccontare storie forti e suggestive.
Con “Due” va oltre il semplice recupero nostalgico. Si interroga sullo stato delle relazioni vere in un mondo sempre più schermato e distante. Le mani che si sfiorano diventano simbolo di fragilità e bisogno di vicinanza in tempi incerti, mentre la cura nelle cornici racconta un’attenzione scrupolosa anche all’ambiente in cui il gesto si manifesta.
L’allestimento nella galleria milanese crea così un’atmosfera di intimità concreta, sospesa tra passato e presente, capace di far riflettere sull’importanza del contatto umano nella vita di tutti i giorni.
Nato a Palermo nel 1971, Riccardo Scibetta si è laureato in architettura nel 1999. Dopo aver lavorato in progettazione di interni e realizzato anche un monumento pubblico, si è avvicinato alla grafica e all’arte visiva. Dagli anni Duemila la fotografia è diventata il suo mezzo espressivo principale.
Il successo internazionale è arrivato presto: nel 2001 ha vinto il festival fotografico di Savignano sul Rubicone. Negli anni successivi ha collaborato con riviste importanti ed è stato parte dell’agenzia Grazia Neri, ottenendo riconoscimenti come la menzione speciale FNAC nel 2003 e il premio Yann Geffroy nel 2005.
Il suo lavoro si distingue per l’interdisciplinarità. Con il progetto MYOP , attivo dal 2011 al 2021, ha messo in relazione artigiani, artisti e imprese siciliane con il design internazionale, partecipando a eventi come il Salone del Mobile di Milano.
Con “Due” Scibetta prosegue un discorso profondo su memoria e umanità, confermandosi un narratore contemporaneo capace di unire tecnica, cultura e sentimento.
La mostra alla Alessia Paladini Gallery, in via Pietro Maroncelli 11 a Milano, è un’occasione per immergersi in un’atmosfera di intimità ed emozione che pochi spazi sanno offrire. Le immagini, visibili fino al 24 luglio 2024, raccontano un linguaggio universale: quello del contatto fisico.
Le mani intrecciate nelle fotografie diventano simboli di affetto che superano il tempo, narrando storie di amicizia, amore, protezione e complicità. Una raccolta che parla del bisogno profondo dell’uomo di toccare, sentire e condividere.
L’allestimento, curato nei minimi dettagli con cornici raffinate e luci calibrate, accompagna il visitatore in un percorso visivo ed emotivo, riportando alla luce il valore concreto di un gesto semplice ma essenziale.
In un’epoca dominata da connessioni virtuali, il progetto di Scibetta riporta al centro la presenza fisica, invitando a riflettere su quanto la nostra umanità sia legata a contatti che non si digitano, ma si vivono davvero.
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