“Non siamo più soli nel nostro angolo di ricerca.” Così racconta un manager di una multinazionale, mentre descrive il cambiamento in atto nelle grandi aziende. Negli ultimi dodici mesi, centinaia di professionisti come lui hanno svelato un ruolo in crescita: quello del mediatore tra startup e corporate. Non si tratta solo di un ponte, ma di una figura che deve capire due mondi agli antipodi. Le aziende, un tempo chiuse nelle proprie torri d’avorio, ora cercano fuori, esplorano ecosistemi esterni. Serve qualcuno con competenze tecniche solide, certo, ma anche con una visione strategica capace di navigare tra innovazione rapida e complessità aziendale. Un mestiere nuovo, che mescola esperienza nel mondo startup e capacità di dialogare con la tradizione.
Gli Open Innovation Executive si presentano con un bagaglio accademico variegato e spesso di alto livello. Metà di loro ha una laurea triennale o magistrale, ma non mancano quelli che hanno proseguito oltre: il 40% ha un MBA, l’8% un dottorato e il 2% entrambi i titoli. I loro studi non seguono un unico percorso: il 46% viene dalle discipline umanistiche, il 40% da materie STEM, mentre il restante 14% combina tecnologia e scienze sociali. Più nello specifico, economia è il settore più rappresentato con il 56%, seguito da ingegneria con il 28%. Questo mix conferma quanto il ruolo sia ibrido, richiedendo tanto una visione strategica quanto una solida competenza tecnica.
Per quanto riguarda la carriera, questi manager spesso partono da attività di scouting, collaborazioni con startup e gestione di ecosistemi, accumulando in media nove anni di esperienza prima di accedere a ruoli di maggior peso. Dopo altri sette-otto anni arrivano a posizioni direttive e di vertice. Ma non è solo questione di tempo: per diventare Chief Innovation Officer, per esempio, conta più la credibilità interna e la capacità di portare risultati concreti che la semplice anzianità.
I dati mostrano che la maggior parte degli open innovation manager ha messo piede sia nel mondo startup sia in quello corporate. Il 63% ha lavorato in team dedicati all’innovazione aziendale, il 59% ha avuto esperienze dirette in startup, e il 47% ha operato in venture capital, incubatori o acceleratori. Non è un caso: per gestire bene i rapporti con l’esterno serve conoscere a fondo entrambi gli ambienti, che spesso hanno tempi, culture e obiettivi molto diversi. Parlare con le startup richiede interlocutori capaci di interpretare linguaggi e bisogni differenti.
Oggi le aziende si stanno allontanando dal modello chiuso della ricerca interna per abbracciare l’open innovation e lavorare con ecosistemi esterni. Serve quindi una figura “bilingue”, che sappia muoversi tra il linguaggio tecnico e quello di business, tra la tradizione e l’agilità delle startup. Non basta l’esperienza tecnica o gestionale: è la capacità di navigare con disinvoltura in questi mondi diversi che fa la differenza.
Nonostante il diffondersi di programmi strutturati, gli ostacoli più grandi restano dentro le aziende stesse. La ricerca mostra che la mancanza di supporto concreto da parte del top management è il primo freno. A questo si aggiungono la lentezza burocratica e processi interni difficili da sveltire. La cultura aziendale, spesso legata a modelli tradizionali e poco incline al rischio, limita la capacità di trasformare le idee innovative in risultati concreti sul mercato.
Questi temi sono stati al centro dello Scaleup Summit di Torino. Esperti e manager hanno sottolineato che il vero problema non è la carenza di idee o tecnologie esterne, ma la capacità interna di adattarsi e integrare queste novità. Solo con una governance adeguata e incentivi giusti si può uscire dalla fase sperimentale e passare a creare valore stabile e misurabile.
Il report mette in evidenza un forte squilibrio di genere nei ruoli di leadership dell’innovazione corporate. Gli uomini occupano il doppio delle posizioni rispetto alle donne, con un divario che si allarga nelle posizioni più alte. Le donne invece sono più presenti in ruoli operativi o nella gestione dei programmi, ma faticano ancora a conquistare i ruoli senior. Questo gap è un problema che va oltre il settore dell’innovazione e coinvolge l’intero sistema di governance e organizzazione nelle grandi aziende.
L’affermarsi dell’Open Innovation Executive segna un passo importante nelle strategie di innovazione. Le aziende non cercano più rapporti occasionali con le startup, ma collaborazioni strutturate e durature. Questo manager diventa il punto di collegamento tra interno ed esterno, interpreta le opportunità tecnologiche e guida la loro trasformazione in vantaggi concreti.
In un’Europa che cambia, il modello tradizionale di innovazione rischia di non reggere più lo sviluppo sociale ed economico. Servono figure capaci di unire competenze scientifiche, visione etica, spirito imprenditoriale e abilità politiche dentro le aziende. Solo così si può governare il cambiamento senza restare tagliati fuori. Chi non padroneggia queste dimensioni rischia di essere ignorato e di perdere terreno in un mercato globale in rapida evoluzione.
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