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Intelligenza Artificiale in Italia: Accademici e Manager Puntano su Capitale Umano e Qualità della Conoscenza

L’intelligenza artificiale cambierà tutto, dice spesso chi guarda al futuro. Eppure, in Italia quel cambiamento sembra arrancare. Mentre Stati Uniti e Cina corrono spediti, il nostro Paese resta indietro, nonostante il talento non manchi affatto. C’è una base di competenze di alto livello, ma le infrastrutture sono fragili, gli investimenti troppo timidi. Al centro di questa partita c’è il capitale umano: non solo numeri, ma qualità della conoscenza, la vera leva per colmare il gap. Tra accademici e manager si cerca una via per rilanciare l’Italia in un campo che promette di decidere la competitività e la sovranità industriale nel futuro prossimo.

Hardware in ritardo, ma l’Italia punta su resilienza e governance

Se guardiamo alle infrastrutture tecnologiche, l’Italia è indietro rispetto alle grandi potenze. Ernesto Damiani, professore all’Università di Milano e presidente del Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica , sottolinea che l’Europa, Italia compresa, dipende quasi completamente da Stati Uniti e Cina per i componenti hardware fondamentali di data center e piattaforme AI.

Questo gap pesa soprattutto sul “livello” tecnico di base. Ma Damiani vede anche spazi dove l’Europa può emergere, specializzandosi in ambiti più avanzati della filiera tecnologica. In particolare, la resilienza delle infrastrutture diventa un aspetto strategico, soprattutto in un mondo segnato da instabilità geopolitiche.

Garantire che le piattaforme AI non si fermino mai, o che si riprendano rapidamente dopo un guasto, è fondamentale. È emerso un fenomeno chiamato “caduta digitale”: quando un sistema cloud si interrompe, al riavvio perde parte della sua capacità originaria, cambiando in pratica “personalità” e riducendo l’efficacia del modello.

Nel settore pubblico, dove i servizi dipendono sempre più da processi automatizzati, questo rischio impone investimenti mirati per mantenere affidabilità e fiducia da parte dei cittadini.

Non basta la potenza: il vero valore è nella qualità della conoscenza

Stefano Alessandro Cerri, professore emerito e punto di riferimento europeo sull’AI, spiega che la sfida italiana non è solo avere computer potenti, ma saper trasformare i dati in conoscenza che serve davvero.

Già negli anni ’50, con la Calcolatrice Elettronica Pisana, si pensava a non limitarsi a memorizzare e processare dati, ma a legarli a un obiettivo concreto. Oggi, con i grandi modelli linguistici, si parla di un rapporto collaborativo tra esseri umani e agenti artificiali.

Per le aziende italiane, il vero valore aggiunto sta nella competenza specifica di settore. Un professionista esperto può usare l’AI per migliorare il proprio lavoro, ma solo se sa cosa significa “intelligenza” in quel contesto preciso. Così, l’informatica diventa una disciplina aperta e comunicativa, non solo un gioco di algoritmi e calcoli.

Come cambia l’azienda: l’esempio del Gruppo Mediolanum

L’intelligenza artificiale non è solo tecnologia, ma richiede anche un cambio di mentalità e organizzazione nelle aziende. Lo racconta Silvia Migliavacca, manager del Gruppo Mediolanum. Per lei, l’AI non è un sostituto del lavoro umano, ma uno strumento che rende tutto più efficace.

Nel settore finanziario, per esempio, le piattaforme AI aiutano a costruire scenari d’investimento, ma non possono sostituire il giudizio e la sensibilità umana di fronte a eventi imprevedibili. L’idea è di una collaborazione “aumentata” tra uomo e macchina, che mantiene alta la qualità del servizio e la fiducia dei clienti.

L’uso dell’intelligenza artificiale si allarga a molti ambiti: dall’analisi quantitativa tradizionale fino all’impiego di AI generativa per supportare attività legali, contratti, operazioni e gestione clienti. Il risultato? Un supporto prezioso che moltiplica le capacità delle persone.

Talenti a rischio fuga: la sfida del PNRR

Un punto critico riguarda i giovani ricercatori, circa 3.000 impegnati in progetti legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza nell’area milanese. Gianna Martinengo, presidente di Women&Tech ETS, mette in guardia sul rischio che queste competenze vadano perdute, attratte dall’estero.

Questi professionisti, formati su casi reali di intelligenza artificiale, rappresentano una risorsa preziosa per l’innovazione e il trasferimento tecnologico in Italia. Serve un intervento politico che faciliti il loro ingresso stabile nelle aziende, magari con incentivi come la riduzione del costo del lavoro, per evitare che se ne vadano e per rafforzare gli ecosistemi di ricerca.

Attualmente, l’Italia conta 11 Ecosistemi della Ricerca che fungono da ponte tra università e imprese. Rafforzarli è fondamentale per costruire un tessuto di innovazione solido e capace di trasferire know-how al settore produttivo.

Intelligenza artificiale per tutti: dalle PMI alla Pubblica Amministrazione

L’AI non è solo roba per grandi aziende. Anche le piccole e medie imprese e la Pubblica Amministrazione possono beneficiarne, democratizzando l’accesso a competenze tecniche avanzate.

Ci sono esempi concreti: piccole imprese che usano l’AI per gestire pratiche complesse, come la preparazione di documenti per incentivi fiscali legati a innovazioni produttive, senza dover ricorrere a costose consulenze esterne.

Nel settore pubblico, l’AI è stata introdotta in modo pilota per supportare migliaia di medici di base nelle procedure burocratiche e organizzative, velocizzando i tempi senza però sostituire il ruolo clinico, che resta saldamente nelle mani dei professionisti.

Rimangono però barriere culturali e formative, che faticano a tenere il passo con la rapidità delle tecnologie. Scuola e Pubblica Amministrazione devono rivedere le priorità, spostando l’attenzione dall’hardware alle competenze e al modo di interagire con le tecnologie.

Secondo Damiani, la vera sfida è imparare a dialogare con gli strumenti digitali, senza necessariamente diventare esperti di materie STEM, ma sapendo usarli in modo efficace e collaborativo.

Questo può aprire la strada a un nuovo equilibrio, dove la capacità italiana di pensare e diffondere idee si trasforma in un vantaggio concreto per il futuro.

Redazione

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