Sul Montecastello, a Tignale, un quadro enorme si staglia contro il cielo: è forse il più grande ex voto al mondo. Non una semplice opera d’arte, ma un racconto a colori che parla di paura e di liberazione, inciso sulla pietra di una rupe a picco sul lago di Garda. Il Santuario, con le sue mura antiche e la vista mozzafiato, custodisce questo pezzo unico di storia popolare, capace di vibrare ben oltre le interpretazioni ufficiali. Qui, il passato si fa presente, e la memoria prende vita davanti agli occhi di chi sa ascoltare.
Montecastello: un gioiello barocco sospeso sul Garda
Montecastello non è solo un santuario. È una fortezza di pietra che domina il lago, adagiata su una grande roccia calcarea. L’aria qui è carica di storia e fede. Spesso chiamato il “Monte Athos” della Lombardia, il complesso custodisce opere d’arte e tracce di devozione che richiamano visitatori e studiosi. La sua posizione isolata, protesa sul lago, conferisce al santuario un’atmosfera quasi mistica, capace di fermare il tempo a chi lo visita.
È in questo contesto unico che nasce un pezzo straordinario della cultura locale: un enorme ex voto dipinto da Andrea Bertanza, artista gardesano del primo Seicento. Questa tavola dalle dimensioni eccezionali racconta una storia che ha scosso la comunità: la cattura e la morte del famigerato brigante Zanzanù. Nato come ringraziamento alla Madonna per aver liberato la zona da anni di terrore, questo ex voto è molto più di una semplice preghiera.
Zanzanù, il brigante che terrorizzò la Serenissima
Tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, il lago di Garda era un terreno di scontri non solo politici, ma anche sociali. Giovanni Beatrice, detto Zanzanù, si impose come una figura criminale di rilievo. Non un fuorilegge qualsiasi: era il capo di una banda che per oltre quindici anni mise in difficoltà le autorità della Repubblica di Venezia. Le cronache veneziane lo dipingono come una minaccia spietata, un bandito che seminava insicurezza nelle valli e lungo il lago.
Ma la realtà è più sfumata di quanto raccontino i documenti ufficiali. Quando finalmente, il 17 agosto 1617, la milizia di Tignale riuscì a catturarlo e ucciderlo dopo una dura battaglia, la comunità volle fissare quel momento con un’opera pittorica imponente. Affidata ad Andrea Bertanza, questa tela racconta con forza la fine di un’epoca oscura. Eppure, l’ex voto non celebra solo il trionfo contro il nemico pubblico, ma offre anche un ritratto più complesso e umano di Zanzanù.
L’ex voto di Montecastello: un racconto barocco e umano
A prima vista, la tavola potrebbe sembrare un semplice ringraziamento, ma il suo racconto colpisce subito. La scena della cattura e morte di Zanzanù non è una mera cronaca di giustizia. L’uomo non è rappresentato come un mostro o una vittima ridicola, ma con un’aura quasi epica, simile a quella di un condottiero ferito.
Nel dipinto, Zanzanù mostra una dignità insolita per un bandito. Non c’è la solita condanna morale, ma un’immagine che rende onore a chi ha sfidato apertamente il potere. In questo ritratto, diventa quasi un “outsider” moderno, simbolo di una rivolta silenziosa di tante persone comuni contro un’autorità lontana e percepita come ingiusta.
Il pittore non si limita a raccontare i fatti, ma trasforma Zanzanù in mito e leggenda. Dalla figura di criminale, il brigante si fa simbolo di una natura dura e di una libertà ribelle, tipiche della vita rurale sul Garda. Così, l’opera aggiunge una sfumatura complessa e a tratti ambigua alla memoria storica della regione.
La mano cancellata: un mistero tra memoria e rimozione
Un dettaglio che colpisce chi osserva la tavola è l’assenza del carnefice di Zanzanù: la figura che materialmente lo uccise è stata cancellata. Non per caso, ma con un gesto consapevole e ripetuto nel tempo da visitatori, fedeli e appassionati. Un vero e proprio “damnatio memoriae”, ma non contro il bandito, bensì contro chi ha inflitto la sua fine.
La rimozione della mano del giustiziere lascia Zanzanù da solo di fronte al suo destino, quasi a proteggerlo dall’onta di una morte inflitta da un uomo concreto. In questo modo, il pubblico sembra compiere un doppio gesto: pietà per il ribelle e rifiuto della violenza della legge che lo ha sopraffatto. Una ribellione silenziosa, ma eloquente, che mostra come una comunità possa riscrivere la propria storia.
Nella scena compare anche il pittore stesso, ritratto tra gli armati, con uno sguardo che sembra attraversare la tela per rivolgersi a chi guarda. Non è un dettaglio casuale o decorativo, ma un segnale di dubbio e riflessione. L’autore sembra chiedere a chi osserva: “Che cosa stiamo davvero celebrando con questo quadro?” Una domanda che attraversa fede, memoria e conflitti sociali.
Un’eredità che parla di lotta e identità
Oggi, chi visita il Santuario di Montecastello trova nell’ex voto dedicato a Zanzanù molto più di un’opera d’arte storica o religiosa. È una testimonianza viva di come l’isolamento del territorio gardesano abbia plasmato un’estetica della resistenza. La figura di un bandito, tradizionalmente segnata dall’infamia, viene riscoperta come simbolo di una sfida estrema e, allo stesso tempo, di una redenzione attraverso arte e fede.
Questo dipinto rompe con il racconto ufficiale, inserendo la memoria popolare e ambivalente di un uomo controverso. Tra il maestoso paesaggio del lago e le pietre di Montecastello si intrecciano storie di lotta e libertà con la devozione, dando vita a un patrimonio unico. Un ex voto che, con i suoi colori e le sue immagini, parla ancora oggi, raccontando un volto complesso della società secentesca e la sua eco nel presente.
