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Hope a Cannes 2024: il blockbuster sudcoreano che punta in alto ma delude le aspettative

A Cannes 79, “Hope” di Na Hong-jin ha acceso la curiosità del pubblico. Un kolossal sudcoreano, con un budget cospicuo e un cast di primo piano, pensato per essere il trampolino di lancio di una trilogia fantascientifica globale. L’inizio cattura: ritmo, atmosfera, effetti speciali di alto livello. Poi, però, qualcosa si inceppa. La seconda parte del film perde forza, si diluisce, e quel senso di grandezza che aveva promesso svanisce. Un peccato, perché il potenziale c’era tutto, ma la conclusione non mantiene le aspettative.

Un villaggio in trappola: paura e isolamento

“Hope” si svolge in un villaggio lontano, circondato da incendi e tagliato fuori dal mondo. Al centro della storia ci sono poliziotti e abitanti che devono affrontare una minaccia misteriosa. Bum-seok e Sung-ae, agenti della locale stazione di polizia, cercano di salvare gli anziani rimasti bloccati. Intanto, Sung-ki e alcuni amici si avventurano nella foresta inseguendo una creatura nascosta tra le montagne, ma finiscono per diventare loro stessi prede.

La tensione cresce lentamente, alimentata da paure collettive e incomprensioni. Il film costruisce un’atmosfera claustrofobica, di assedio fisico e psicologico, che mette a dura prova ogni personaggio. La sceneggiatura sottolinea come la “sfortuna nasca dall’ignoranza”, restituendo un senso di smarrimento di fronte all’ignoto. Quel che inizia come un conflitto locale si trasforma in un disastro dalle conseguenze globali.

Dietro le quinte: sette anni per un sogno

La lavorazione di “Hope” è stata lunga e complessa, quasi dieci anni, sette dei quali dedicati alla scrittura e alla creatività. Il regista Na Hong-jin racconta che l’idea è nata quasi per caso, osservando una scena in una tavola calda di Seul nel 2017: un cliente che guardava il telegiornale in un momento di apparente normalità. Da lì è scaturito un universo che mescola alieni, mostri e la lotta per la sopravvivenza.

La pandemia ha rallentato la produzione, costringendo a riscritture e ritardi. Na Hong-jin si è ispirato a classici come “Lo squalo”, “La cosa” e il coreano “The Host”. L’obiettivo era tornare a un cinema “fisico”, sporco, minaccioso, lontano dall’estetica patinata e digitale dominante oggi. Nella prima parte il risultato si vede: un montaggio calibrato, una regia che riesce a far sentire l’isolamento quasi tangibile.

Quando la trama si perde: troppi fili e poco ritmo

Dopo un primo tempo convincente, “Hope” rallenta troppo nella seconda parte. Si perde in sottotrame che appesantiscono il ritmo, dilatando un mondo immaginario che sacrifica l’impatto drammatico e la compattezza iniziale. In questa fase il film sembra più un’anticipazione per i sequel che un racconto completo.

Nel finale appaiono Michael Fassbender e Alicia Vikander nei panni di due alieni definiti dal regista “dignitosi”. I loro personaggi sembrano però inseriti soprattutto per preparare il terreno a un franchise futuro. Gli attori hanno persino studiato una lingua extraterrestre creata ad hoc, ma questo dettaglio non basta a colmare il senso di incompletezza. La loro presenza, pur intensa, resta frammentaria e poco integrata nel resto della storia.

Dietro la fantascienza, il riflesso di una società divisa

Sotto la superficie fantascientifica, “Hope” prova a parlare della paura del diverso e delle difficoltà di comunicare tra mondi e culture diverse. Ma Na Hong-jin evita di schierarsi apertamente, lasciando tutto in un’ambiguità che apre a interpretazioni multiple.

Questa scelta, però, crea un doppio binario narrativo che senza un approfondimento più deciso lascia il film a metà strada. Il racconto, pur affascinante in certi momenti, fatica a trovare una sua identità precisa, oscillando tra blockbuster e riflessione distopica senza mai fondere davvero i due piani. Alla fine, “Hope” resta un progetto ambizioso ma incompiuto, che più che convincere lascia il pubblico in attesa del seguito.

Redazione

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