Nel 2026, la Biennale di Venezia si trova al centro di una tempesta culturale. Elegy, l’opera di Gabrielle Goliath, scelta per rappresentare il Sudafrica, viene bloccata all’ultimo momento. Il motivo? Un riferimento diretto a un evento ancora vivo nel ricordo collettivo: la morte della poetessa palestinese Heba Abunada a Gaza, nel 2023. Quel gesto, semplice ma potente, smuove un dibattito infuocato sulla libertà d’espressione degli artisti, mettendo in discussione i limiti tra arte e politica. Ma la storia non si ferma a Venezia. A Milano, con Bearing, Goliath riprende il filo interrotto, offrendo un racconto che non si piega, anzi si fa ancora più intenso e urgente.
Elegy fuori dalla Biennale, ma viva nella Chiesa di Sant’Antonin a Venezia
Elegy avrebbe dovuto essere la performance di punta di Gabrielle Goliath alla Biennale del 2026. Invece, è diventata il centro di un acceso confronto tra istituzioni e mondo artistico. Il richiamo al lutto per Heba Abunada, vittima del conflitto palestinese, ha spinto le autorità veneziane a sospendere il progetto dal padiglione ufficiale del Sudafrica. Ma il cammino dell’opera non si è fermato lì: Elegy ha trovato una nuova casa nella Chiesa di Sant’Antonin, nel cuore del sestiere di Castello, dove resterà visibile fino al 31 luglio 2026. Dietro questo spostamento c’è il sostegno della Bertha Foundation, impegnata da tempo in progetti legati ai diritti umani, la collaborazione con Ibraaz, organizzazione inglese che promuove l’arte della “Global Majority”, e la galleria Raffaella Cortese di Milano, storica rappresentante dell’artista in Italia. Che Elegy sia ora in uno spazio così suggestivo dimostra che, anche davanti a censure ufficiali, la creatività riesce a tenere vivo il dialogo su temi che bruciano, confermando la loro urgenza nel dibattito globale.
Bearing a Milano: corpi ai margini raccontano resistenza e identità
Mentre a Venezia si parla di Elegy, a Milano Gabrielle Goliath espone Bearing fino al 3 settembre 2026, distribuita su tre sedi della galleria Raffaella Cortese in via Stradella. Qui l’artista cambia registro: lascia i grandi spazi immersivi per un linguaggio più raccolto, fatto di oli, acquerelli e pastelli. Il titolo, Bearing, è denso di significati: portare, reggere, sopportare un peso. Le opere mostrano corpi neri, brown, femme e queer, figure che vivono ai margini ma sorreggono un mondo intero. Questi corpi non sono mai vittime passive: sono presenze vive, vulnerabili ma luminose, capaci di intrecciare legami, desideri e solidarietà. Guardare queste immagini spinge a chiedersi quale prezzo si paga per esistere in una società che spesso nega umanità a chi porta differenze di genere, razza o orientamento. Vulnerabilità, forza e resistenza convivono senza scadere nella pietà o nello spettacolo, diventando una narrazione intensa e autentica di vite complesse fuori dagli schemi. Un invito a riconoscere il valore di chi per troppo tempo è stato invisibile o emarginato.
Goliath riscrive il nudo: emozioni e corpi fuori dal canone eurocentrico
Uno degli aspetti più originali del lavoro di Goliath è il modo in cui affronta il tema del nudo, da sempre centrale nell’arte occidentale. Con pittura e disegno, l’artista riprende la grammatica visiva classica, ma la rovescia dall’interno: le sue figure, pur richiamando pose familiari, sfuggono ai canoni di bellezza eurocentrici. Sono corpi devianti, esposti e vulnerabili, ma anche forti e capaci di sostenersi da soli. Goliath evita ogni drammatizzazione o provocazione fine a sé stessa. Le sue immagini respirano un’intimità autentica, dove emergono desideri e piaceri femministi, queer e neri. Non cerca di shockare, ma di riprendersi uno spazio narrativo che per troppo tempo è stato negato o distorto. La sua arte è un lavoro di vita, intrecciato con l’esistenza stessa: un gesto di sopravvivenza e affermazione, dentro e oltre le tante condizioni di difficoltà che ancora oggi molti corpi devono affrontare.
Memoria, oppressione e resistenza: le radici culturali di Gabrielle Goliath
Le opere di Gabrielle Goliath non sono solo belle immagini, ma incontri con figure che hanno segnato la storia dell’arte e del pensiero sociale. Il richiamo a Primo Levi emerge nella tensione tra memoria e violenza, un confronto continuo con la storia e le ingiustizie. L’influenza di Käthe Kollwitz si fa sentire nella centralità del corpo come spazio di oppressione, ma anche di forza e resistenza. E le riflessioni di Kara Walker sulla rappresentazione del razzismo e dell’abuso di potere trovano un’eco diretta nei lavori di Goliath, che trasforma questi insegnamenti in una ricerca personale fatta di lutto, amore, erotismo e resilienza. La sua arte racconta un percorso complesso, tra indignazione e speranza, memoria dolorosa e voglia di futuro, dipingendo con forza le identità negate e le battaglie ancora aperte.
