Nel cuore delle Alpi Apuane, il marmo prende vita sotto le mani di Fabrizio Prevedello. Nato a Padova nel 1972, ha scelto la Versilia come patria d’elezione, un luogo dove il paesaggio e il silenzio non sono semplici sfondi, ma compagni di lavoro. Le sue sculture non sono solo forme scolpite: sono conversazioni silenziose con la pietra, esperienze che si spingono oltre la materia, fino a sfiorare qualcosa di spirituale. Qui, il marmo non pesa più, si fa presenza e memoria, un segno che attraversa tempo e spazio.
Quando Prevedello parla delle sue opere, torna spesso sulla parola “luogo”. Non intende un semplice spazio geografico, ma un ambiente vissuto con lo spirito prima ancora che con gli occhi. Le sue installazioni “Luogo” sono costruite a parete, con materiali come acciaio, cemento, gesso e pietre. Le forme e i materiali richiamano l’architettura, ma in senso più ampio: come struttura che incornicia uno sguardo che attraversa il paesaggio. Il “luogo” diventa così simbolo di esplorazione e ricerca, qualcosa da scoprire, non da possedere.
Questa idea di “luogo” interiore emerge anche nelle sculture “Accumulazione per scomparsa”, che raccontano stratificazioni di esperienze e materiali legati al tempo. Il tempo, d’altronde, è un tema centrale nel lavoro di Prevedello: nelle sue opere si riflette il passare delle cose, l’equilibrio fragile tra presenza e assenza. Nel 2018, al Centro Pecci di Prato, alcune installazioni hanno giocato su vuoti e pieni, pesantezza e leggerezza, invitando a vedere lo spazio fisico e quello mentale come un unico continuum, non due mondi separati.
La mostra “Luogo” al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato ha segnato un momento importante nel percorso di Prevedello. Tre opere dialogavano in un unico ambiente, usando materiali diversi e carichi di significato. “Rosone ” era un grande diaframma in acciaio e vetro, un filtro tra interno ed esterno. Il rosone, elemento classico delle chiese, qui si carica di simboli: sole, luce, illuminazione.
La seconda opera, “Sceso da una cava sul monte dentro lo zaino…”, è più sobria e intima: una vasca di alluminio con acqua e una pietra immersa, raccolta sulle montagne. L’acqua crea distanza, costringendo lo sguardo a concentrarsi su quella pietra, segno silenzioso di un luogo vissuto e amato.
La terza parte dell’esposizione era fatta di sculture sospese, allineate verticalmente, che spingevano l’osservatore a sollevare lo sguardo. Un percorso visivo che si muoveva dal basso verso l’alto e viceversa, costruendo uno spazio fisico e metaforico che rifletteva i temi cari all’artista: tempo, luogo, percezione.
La scelta di vivere in Versilia e alle pendici delle Alpi Apuane non è casuale. Prevedello ha cercato questi luoghi, attratto dal paesaggio e dalle potenzialità creative del marmo, risorsa preziosa del territorio. Dopo gli studi all’Accademia di Carrara e un periodo a Berlino, città che gli ha portato contaminazioni e esperienza, è tornato in Toscana. Qui ha potuto immergersi nelle cave, camminare sui sentieri di montagna e avviare un lavoro che unisce tecnica rigorosa e ricerca spirituale.
Dal 2010 realizza interventi nelle cave dismesse, inserendo piccoli blocchi di marmo scolpiti da lui. Chiama questa pratica “Innesto”: un termine che richiama la vita, il mondo vegetale, in netto contrasto con la durezza della pietra. Questo gesto è una meditazione lenta, un modo per conoscere il territorio faticando in salita, scavando un dialogo tra mano e roccia. I video che documentano queste giornate solitarie raccontano pazienza e rispetto, necessari per un rapporto vero con il paesaggio.
Per Prevedello il marmo è un corpo vivo, non un semplice materiale. Accanto a questo si trovano tracce del lavoro manuale quotidiano, come il cemento, usato in riferimento a grandi scultori e architetti, ma anche alla tradizione popolare dei muratori. Questo mix tra industriale e naturale dà forma a opere che riflettono le contraddizioni della contemporaneità: sviluppo e perdita, accoglienza e rifiuto.
Un altro aspetto importante nel lavoro di Prevedello è il recupero degli scarti di marmo: pietre scartate o frammenti abbandonati che lui riprende e trasforma. È un gesto di rinascita, di rigenerazione. L’arte diventa così un modo per costruire senso nel mondo, come un bambino che impara a muoversi copiando ciò che vede.
In Versilia, terra di cave, turismo e mare, il rapporto con il paesaggio è complesso. La montagna tagliata diventa architettura, il mare è una presenza infinita, limite e apertura insieme. Prevedello esplora questo equilibrio precario nelle sue opere, dove la materia fa da ponte tra natura e mano dell’uomo.
Anche la tecnica riflette questo approccio: materiali aggiunti e sottratti si fondono per creare la forma. Gli insegnamenti ricevuti lo hanno spinto a muoversi tra sottrazione e addizione, da sculture intagliate a sculture assemblate. Questa varietà racconta la complessità del suo percorso, un equilibrio tra memoria, territorio e innovazione.
Nonostante le radici nelle Apuane, Prevedello sa che la ricerca deve cambiare, adattarsi a nuovi luoghi e materiali. Nel 2021 ha sperimentato gesso e bambù in “Ritratto”, una mostra in una vecchia fabbrica abbandonata. È stata una svolta: materiali più semplici e meno legati al territorio possono raccontare la sua poetica e dialogare con lo spazio in modo nuovo.
Il confronto tra la casa nel silenzio dei boschi e lo studio in zona artigianale, circondato da blocchi di marmo, riassume questa doppia natura. Due ambienti diversi che danno pause e distanze, nutrendo il suo lavoro. Il silenzio e la lentezza delle montagne creano lo spazio necessario alla riflessione, un delicato equilibrio tra radici e apertura al nuovo.
Come scriveva Hemingway, serve tempo per capire un luogo e se stessi. Prevedello sembra seguire questa traccia, costruendo un percorso che si nutre di territori reali e simbolici, con rigore e attenzione al dettaglio.
Con le sue sculture, Fabrizio Prevedello racconta un legame vero con le Alpi Apuane e la Versilia, mostrando il potere trasformativo della materia e del luogo. La sua arte è un dialogo continuo tra natura e uomo, memoria e innovazione, silenzio e immaginazione. Un viaggio che porta lo sguardo dalla montagna a una dimensione più profonda, fatta di tempo, spazio e spiritualità.
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