Nel 2002, pochi avrebbero scommesso sulla lunga strada che Funambol avrebbe dovuto affrontare. Oggi, quella stessa startup italiana si chiude un capitolo cruciale: l’acquisizione da parte di Point Wild, gigante globale nella cybersecurity basata sull’intelligenza artificiale. Dietro questo passaggio c’è molto più di un semplice cambio di proprietà. C’è una storia fatta di investimenti difficili, battute d’arresto e ripartenze coraggiose. Un viaggio che attraversa continenti, dall’Europa alla Silicon Valley, e mette sotto la lente il ruolo spesso sottovalutato dei venture capitalist. Alberto Onetti, co-fondatore e voce autorevole nel panorama tech, racconta una vicenda lunga vent’anni, fatta di sfide e trasformazioni che hanno plasmato un’intera generazione di imprenditori.
“Non siamo i re, ma i kingmaker”. Questa frase, pronunciata da Michel Wendell durante una cena dopo il round Series B di Funambol, ha lasciato il segno. Nel mondo delle startup, i venture capitalist sono spesso visti come padroni assoluti, ma la realtà è più sfumata. I VC non inventano i prodotti, non risolvono i problemi tecnici, non firmano contratti coi clienti. Quel lavoro spetta agli imprenditori: sono loro a portare avanti la visione, a resistere alle difficoltà, a guidare squadre sparse nel mondo, a lavorare anche di notte per far decollare i loro progetti.
Il compito dei venture capitalist è scegliere quali idee finanziare, quali fondatori sostenere, quali aziende meritano tempo e risorse. Il loro ruolo è decisivo, certo, ma non è infallibile: possono commettere errori, farsi prendere da mode passeggere o non vedere il potenziale nascosto. Spesso abbandonano team che poi altri investitori devono salvare nelle fasi più difficili. Eppure, senza il loro supporto molte realtà non vedrebbero mai la luce. Oggi, costruire un’azienda globale richiede enormi risorse: il venture capital resta uno dei pilastri dell’economia moderna.
Parlare di exit sembra semplice, ma il percorso è pieno di ostacoli e incertezze. Funambol ha superato sei o sette round di finanziamento, partendo dalla fase seed tra Svizzera e Palo Alto, fino alla Series E, coinvolgendo investitori europei e americani. Oltre ai round di capitale, si sono susseguite quattro operazioni di venture debt, acquisizioni attive, contenziosi legali e decine di due diligence.
Il risultato finale non era mai scontato, in molti momenti sembrava che la strada imboccasse direzioni diverse. Da tutto questo emerge una lezione chiara: una startup non si costruisce solo raccogliendo fondi. La vita vera è molto più pratica e meno legata alle cifre o agli annunci. Il successo dipende dalla capacità di gestire la crescita, superare crisi, reinventarsi e mantenere un team coeso, spesso sparso in più continenti.
Le startup sono organismi complessi, in continuo cambiamento, con fasi alterne di espansione e difficoltà impreviste. Nessun business plan può racchiudere l’energia, i sacrifici e la tenacia necessari per superare i momenti critici. La resilienza diventa così il vero ingrediente per sopravvivere — e spesso è ciò che fa la differenza tra chi chiude e chi cresce.
Per gli investitori, questa qualità ha un peso particolare: mettere soldi non basta. I venture capitalist più lungimiranti stanno accanto ai founder anche quando le risorse scarseggiano e la forza per andare avanti è tutta nella volontà e nella convinzione di chi guida l’azienda. Funambol ha vissuto proprio questo: VC che non hanno mollato nei momenti più difficili, un sostegno decisivo per arrivare al traguardo.
Nel suo viaggio, Funambol ha lavorato con molti partner finanziari, alcuni presenti solo per brevi tratti, altri fino alla fine. Tra questi spicca Nexit Ventures con Michel Wendell, che ha creduto nel progetto con pazienza e fiducia per oltre vent’anni. Questi investitori hanno condiviso non solo i successi, ma anche le difficoltà legate a crisi economiche, pandemie e cambiamenti tecnologici profondi.
Va ricordato che i fondi di venture capital sono generalmente pensati per operazioni di 8-10 anni. La permanenza così lunga di Nexit non è stata scontata, ma ha dato stabilità. Più del capitale, è stata la capacità di mantenere allineati visione e valori tra fondatori e investitori a permettere di superare tempeste impreviste. Senza questa alleanza, oggi non si parlerebbe di exit.
Dietro a un’exit così importante ci sono persone, volti e storie che si intrecciano. Alberto Onetti e Fabrizio Capobianco hanno dato il via a tutto quasi vent’anni fa. Tra riflessioni su piste di go-kart e la gestione di team in USA, Brasile, Portogallo, Ucraina e Pakistan, Funambol si è costruita grazie al lavoro di oltre cento collaboratori.
Persone come Amit Chawla, che ha guidato la compagnia negli ultimi passi, così come Christian Marsch, Ata Rasekhi, Stefano Fornari e molti altri, hanno lasciato un segno profondo. Anche i contatti esterni, da Rony Greenberg a Marc Munford e Andrea Gazzaniga, hanno dato un contributo fondamentale nella crescita e trasformazione continua. Raccontare questa storia nei dettagli sarà possibile solo quando scadranno gli accordi di riservatezza, ma intanto resta chiaro che è un viaggio formativo e complesso come pochi nel mondo delle startup.
Un pensiero va infine a chi non è più con loro, come Hal Steger, ricordato per le risate e il sostegno lungo il cammino. Questa storia insegna che dietro numeri, round e strategie ci sono emozioni, rapporti umani e una dedizione che nessun bilancio può mai misurare.
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