Quando il dolore si fa silenzioso, sfugge a ogni racconto facile. Giuseppe Mastromatteo, fotografo di Busto Arsizio, lo cattura con occhi che non cercano pietà né nascondigli. Nel suo libro Euforia, le immagini non mostrano solo ferite, ma ne tracciano i contorni, offrono una forma che permette di guardare senza esserne sopraffatti. È come entrare in stanze oscure, ognuna con un tema, un ricordo, un trauma che si intreccia e si trasforma sotto lo sguardo attento. Non è una lettura comoda, ma un tuffo profondo nella complessità dell’animo umano, restituita con forza e delicatezza dall’arte.
La maschera: dal nascondere al rivelare
Al centro di Euforia c’è un simbolo potente: la maschera. Non quella che nasconde, ma quella che media, amplifica la voce interiore e dà forma al silenzio del dolore. I romani chiamavano “persona” proprio la maschera teatrale, perché rendeva udibile ciò che altrimenti resterebbe nascosto. Mastromatteo riprende questa antica idea, usando la maschera per attraversare quel confine sottile tra apparire ed essere, tra trauma e memoria. In questo spazio le immagini non si limitano a raccontare, ma diventano luoghi dove “negoziare con il tempo”, come dice Philip Prodger, permettendo di riflettere sul passato senza restarne prigionieri.
Le fotografie non sono semplici istantanee della realtà, ma momenti sospesi in cui l’esperienza diventa visibile e interpretabile. La maschera qui non separa, ma unisce e protegge; apre uno spazio di ambiguità dove l’identità può cambiare forma. Con questa scelta estetica, Mastromatteo si allontana da rappresentazioni più dirette o documentaristiche, mettendo lo spettatore davanti a un limite difficile da superare, ma familiare e umano. È un colpo d’ala che trasforma la fotografia in uno strumento di introspezione e dialogo con una memoria segnata dal trauma.
Euforia: una fragile apertura nel buio del dolore
Il termine “euforia” nel libro perde il suo senso comune di felicità superficiale o esagerata. Qui diventa qualcosa di più complesso: una condizione fragile e temporanea che permette di guardare l’abisso senza cadervi dentro. È la conquista di una distanza sufficiente per osservare il dolore, capirlo e in qualche modo farlo proprio. Si evita così ogni tipo di romanticismo o esaltazione del trauma, affrontandolo come materia da elaborare, non da negare o celebrare.
La storia personale di Mastromatteo – le malattie in famiglia, le ferite, il senso di sradicamento nell’infanzia – è lo sfondo di questo lavoro, ma non si trasforma mai in confessione diretta. Piuttosto, diventa un tessuto simbolico per indagare ciò che è universale nell’esperienza umana. Euforia si inserisce così in una tradizione artistica che ha saputo dare voce alle ferite profonde, da Van Gogh a Frida Kahlo e Louise Bourgeois, dove la sofferenza non si nasconde né si esalta, ma diventa materia viva dell’arte.
L’arte che plasma il dolore
Mastromatteo mette in luce un’idea fondamentale: l’arte non cancella il dolore, lo modella. Non è un rimedio o una consolazione, ma un processo che dà forma a ciò che prima sembrava senza struttura. Come diceva il filosofo György Lukács, l’arte “tratta forme e perviene a forme”, e Euforia lo dimostra con immagini che rendono comprensibile ciò che era frammentario o inconsapevole.
In questo libro, la fotografia diventa uno spazio dove il trauma può essere nominato e capito, trasformandosi in esperienza condivisibile. La modernità ha spesso escluso dolore e morte dalla vita pubblica, relegandoli ai margini. Qui, invece, si assiste a un confronto sincero, che rifiuta di nascondere ciò che fa male e mette in discussione le nostre certezze consolatorie. L’opera di Mastromatteo si pone così a metà strada tra arte e psicologia, dimostrando che le immagini della memoria non sono reliquie passive, ma forze vive capaci di influenzare il presente se le si sa abitare.
Il silenzio che parla
Lo stile di Mastromatteo emerge chiaro in Euforia. Tra distanza e coinvolgimento, domina un’estetica fatta di silenzio e assenza, che dà forza alle immagini e alla loro tensione interna. Questo silenzio non è vuoto da riempire, ma uno spazio da proteggere e liberare, una pausa che ricorda la sospensione di Rothko, la rarefazione di Morandi o i silenzi di John Cage.
La fotografia qui conserva una doppia verità: ciò che è stato e la sua perdita irreparabile, come scriveva Roland Barthes. Le immagini di Mastromatteo non cercano una verità oggettiva, ma raccontano la verità dell’esperienza vissuta, creando un contenitore emotivo in grado di trattenere ciò che altrimenti si perderebbe nel flusso della memoria. Questa estetica instaura un legame profondo e silenzioso con chi guarda, invitando a un’empatia riflessiva e attenta.
Tra permanenza e nuovi immaginari collettivi
Nel lavoro di Mastromatteo alcune immagini sembrano fermare un attimo di quiete nel caos della vita. Volti, maschere e oggetti diventano frammenti di permanenza che arrestano il continuo scorrere del tempo senza semplificare la complessità dell’esistenza. Pensando a Carlo Emilio Gadda e alla scena degli ori e gioielli ritrovati, si capisce come la staticità dell’inorganico possa rappresentare una forma di perfezione che la vita in movimento raramente offre.
Le fotografie di Euforia hanno così una funzione precisa: portare la vita attraverso il caos senza spegnerne l’energia. L’arte, in questo senso, indica una “strada diversa” capace di creare nuovi immaginari collettivi, sfuggendo agli stereotipi della cultura dominante e al culto forzato della positività. L’opera non parla di felicità, ma di forma: la capacità di trasformare la ferita in linguaggio, la memoria in immagine, il dolore in conoscenza.
In un tempo che corre veloce e ama mostrarsi, Mastromatteo ricorda che l’arte non scaccia né aggiusta il dolore. Lo attraversa, gli dà una figura e una voce. E proprio quando il dolore prende forma, diventa qualcosa da condividere, riconoscere e abitare.
