Nel cuore della periferia sud di Beirut, Dahiye pulsa con una vita che sfida il fragore della guerra. Mezzo milione di persone abitano qui, tra strade segnate da un passato recente intriso di conflitti e dalla costante presenza militare. Non è solo un quartiere: è la roccaforte di Hezbollah, un centro di potere che domina la zona. Tra incursioni e tensioni, però, si respira anche una resistenza diversa — fatta di immagini, di storie raccontate attraverso la fotografia, di una cultura che rifiuta di scomparire.
Dahiye, la città sotto sorveglianza e assedio
Dahiye è un «non luogo» sotto molti aspetti. Al suo interno, una complessa rete di controlli, tra milizie semiautonome e forze di sicurezza libanesi, regola ogni movimento. Lo Stato ha ceduto parte del controllo a Hezbollah, creando una realtà a metà strada tra il territorio ufficiale e una zona autonoma. Il quartiere è stato più volte colpito dai raid aerei israeliani, che hanno segnato profondamente la vita di chi ci abita. Nel 2006, durante la seconda guerra del Libano, e di nuovo nelle ultime settimane, la popolazione ha vissuto sotto la minaccia costante dei bombardamenti.
Barriere, posti di blocco e recinzioni punteggiano lo spazio urbano, regolando gli spostamenti e sostituendo in parte l’autorità dello Stato. Qui, il confine tra ciò che è legale e ciò che non lo è diventa sfumato. Il quartiere vive sotto una sorveglianza continua, in uno stato di interdizione permanente.
La “dottrina Dahiye” e il peso militare del quartiere
Dietro il nome di Dahiye c’è anche una strategia di guerra: la cosiddetta “dottrina Dahiye”, elaborata dall’ex capo di stato maggiore israeliano Gadi Eizenkot. Si tratta di una tattica che autorizza attacchi massicci e “forza sproporzionata” contro infrastrutture civili nei territori nemici, per privare i combattenti avversari delle risorse fondamentali. Nel caso di Dahiye, questo significa un piano militare che colpisce senza risparmiare la popolazione civile.
Le conseguenze sono state drammatiche, sollevando questioni etiche sulla proporzionalità nei conflitti armati e scatenando un acceso dibattito internazionale. I danni alle strutture urbane e agli spazi di vita raccontano una guerra che si insinua nelle pieghe della città, colpendo duramente chi abita la linea del fronte.
Il reportage di Armando Perna, una testimonianza dal basso
Dal 2013, il fotografo italiano Armando Perna ha dedicato un lungo lavoro a Dahiye, documentando con un approccio originale un quartiere che spesso resta invisibile o censurato. Perna ha montato una macchina fotografica digitale nascosta dentro un’auto, controllata a distanza via Bluetooth, per raccogliere immagini della zona. Un metodo che ricorda Google Street View, ma con l’obiettivo di svelare spazi nascosti, zone di conflitto e di controllo.
Il suo lavoro è stato esposto nel 2017 alla Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare, in una mostra intitolata “Dahiye: The Southern Suburbs of Beirut”. L’esposizione ha fatto emergere una realtà difficile da vedere, scavando nella percezione di un quartiere sotto stretto controllo militare e politico. Le fotografie e l’allestimento raccontano storie che vanno oltre le immagini, restituendo la condizione di chi vive in un territorio sospeso tra visibilità e invisibilità.
Dahiye, uno “Stato dentro lo Stato” secondo Cristian Caliandro
Lo studioso Cristian Caliandro ha analizzato il lavoro di Perna, definendo Dahiye come un vero e proprio “Stato dentro lo Stato”. Qui, il controllo è strutturato e pervasivo, e si traduce in un’esperienza sociale e spaziale unica. Non è soltanto una periferia, ma un ambiente in cui il potere si manifesta in ogni dettaglio: dalle strade ai checkpoint, dalle barriere alle milizie.
Questa situazione dà origine a quello che Caliandro chiama un “mondo crepuscolare”, un’esistenza sospesa dove i confini tra territorio, legge e autorità si confondono. La vita a Dahiye scorre in uno spazio “liminale”, quasi spettrale, modellato dal controllo militare che plasma lo spazio urbano e i rapporti sociali. In sostanza, Dahiye è una zona “autogovernata” che riflette tensioni geopolitiche e dinamiche interne di sopravvivenza.
Tra guerra e arte, la geografia di una resistenza
Nonostante i conflitti, Dahiye si mostra anche come un luogo dove la cultura e l’arte diventano strumenti per raccontare storie spesso dimenticate o ignorate. Il reportage di Perna mette a fuoco dettagli e scene che sfuggono alla narrazione principale. Le immagini mostrano come, tra le macerie della guerra, sopravviva un’intimità difficile da cancellare.
Oltre alla distruzione, emerge la voglia di lasciare tracce, di costruire memoria, di rompere il silenzio imposto dal conflitto. Dahiye diventa così un laboratorio di geopolitica e cultura, un quartiere che lotta per esistere, per farsi sentire e per resistere. Il lavoro di artisti come Perna fa vedere non solo i segni della guerra, ma anche la forza di una comunità che continua a vivere e a trasformarsi.
