Alla Biennale Arte 2026, il Padiglione armeno non sarà una semplice esposizione. Nella Tesa 41 dell’Arsenale di Venezia, si aprirà una vera bottega d’artista, un luogo pulsante di vita e creazione. Dal 6 maggio al 22 novembre, chiunque passerà potrà vedere gli artisti al lavoro, mani che plasmano materiali, idee che prendono forma sotto gli occhi del pubblico. Un’esperienza autentica, dove arte, artigianato e tradizione si intrecciano in tempo reale, senza filtri.
Il Padiglione armeno si inserisce nella 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, curata da Koyo Kouoh e intitolata “In Minor Keys”. Il progetto “The Studio” cambia le carte in tavola sul rapporto tra opera e processo creativo, trasformando lo spazio in una fucina dove l’artigianato diventa parte integrante dell’arte stessa. All’interno della Tesa 41, la bottega è un luogo dove il senso dell’opera si costruisce giorno dopo giorno, non solo come prodotto finito ma come risultato di continue sperimentazioni. Così si rompe la distanza tra artisti e visitatori, mettendo a nudo l’opera in divenire.
Qui si lavora concretamente la scultura, con tecniche tradizionali armene, specialmente nella lavorazione del gesso. Il mattone, elemento base e ricorrente, simboleggia una costruzione sempre in movimento, mai ferma. Le forme nascono, si trasformano, si evolvono sotto le mani degli artisti, rivelando ciò che sta sotto la superficie. Lo studio diventa un organismo vivo, dove la creazione è un dialogo continuo tra manualità, materiali e idee.
A guidare questo progetto è Zadik Zadikian, scultore e curatore del padiglione insieme a Tony Shafrazi e Tina Chakarian. Nato a Yerevan nel 1948, quando l’Armenia era ancora sotto il controllo sovietico, Zadikian ha vissuto una vita segnata da fughe e incontri decisivi. Lasciato il paese da giovane, ha trovato casa negli Stati Uniti, dove ha affinato il suo mestiere. A San Francisco è stato apprendista di Beniamino Bufano, noto scultore italo-americano, e a New York ha lavorato con Richard Serra.
Il suo lavoro ruota intorno ai materiali, alle proporzioni e ai significati che emergono dal processo artistico. L’oro, spesso presente nelle sue opere, non è mai semplice decorazione ma ha un valore concreto e simbolico. Per Zadikian, lo studio è un luogo di continua invenzione, dove l’arte prende forma attraverso il lavoro, la riflessione e la trasformazione della materia. Il Padiglione armeno incarna questa idea, mostrando un’arte che è processo vivo, non solo prodotto finito.
Nello studio allestito all’Arsenale, Zadikian non è solo. Accanto a lui c’è il figlio Aram e un gruppo di assistenti esperti, che mantengono un ritmo costante nel lavoro. Questa dinamica ricorda le vecchie botteghe, dove il lavoro manuale e la pazienza sono al centro della creazione.
Il pubblico può seguire tutte le fasi: dall’assemblaggio dei materiali alla modellazione delle forme. È un rituale fatto di gesti che si ripetono ma che si adattano continuamente alle esigenze del progetto. Le opere assumono così una materialità tangibile, non solo simbolica, mostrando il delicato equilibrio tra funzione, estetica e manualità.
Il padiglione punta sull’impatto che ha vedere il processo creativo dal vivo, mettendo in risalto la trasparenza del “fare arte” rispetto alla semplice esposizione di opere finite. L’idea di un lavoro in costante evoluzione sottolinea quanto lo studio e il laboratorio siano il cuore pulsante di questo progetto, dove ogni giorno aggiunge un pezzo alla storia visiva ed esperienziale della Biennale.
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