Appena varchi la soglia dello spazio di Angelo Orazio Pregoni, ti senti subito coinvolto. Quegli occhi – dipinti, scolpiti, evocati – non ti lasciano andare senza aver lasciato un segno dentro. Volti come quelli di Van Gogh o Mozart si intrecciano con figure della storia tanzaniana, personaggi poco noti qui in Europa ma fondamentali altrove. Non è uno choc visivo né un tributo superficiale. Il genovese nato nel 1970 ti chiede qualcosa di più: pazienza, attenzione, tempo. Tempo per osservare, scoprire, capire un universo spesso dimenticato. Al Padiglione Tanzania della 61ª Biennale di Venezia, la sua arte si spinge oltre la pittura materica: profumi, cultura swahili e memoria si fondono in un racconto che va dritto al cuore della diversità e dell’identità.
Pregoni evita l’esotismo e il folklore per mettere a confronto personaggi simbolo dell’Occidente con protagonisti chiave della Tanzania. Julius Nyerere, padre dell’indipendenza tanzaniana, e Said Mohamed Cheikh, figura centrale della storia swahili, condividono lo spazio con Van Gogh e Mozart. L’idea è semplice ma forte: far scattare nel visitatore europeo un cortocircuito mentale. Il volto familiare di Van Gogh cattura subito l’attenzione, ma avvicinandosi ai personaggi meno noti, si apre un mondo di storie e prospettive diverse.
Questo scontro di immagini stimola la curiosità e rompe la pigrizia intellettuale legata a un certo eurocentrismo. Pregoni vuole far emergere la ricchezza e la complessità delle culture africane, mai banali o stereotipate, raccontate con rispetto e rigore storico. Il suo lavoro invita a riflettere sulle differenze culturali, sulla memoria e sull’identità, sollevando domande che riguardano il rapporto tra Europa e Tanzania.
L’approccio di Pregoni alla pittura è intenso, quasi fisico. La materia – pigmenti, texture, tempo – è protagonista. Ogni quadro parte da un’idea precisa, ma poi la tela prende una strada autonoma, sfuggendo al controllo dell’artista. Spesso il dipinto evolve verso il caos, seguendo traiettorie imprevedibili. Una volta terminato, il quadro sembra vivere di vita propria, offrendo allo spettatore molteplici interpretazioni.
Questa apertura fa della pittura uno spazio dove emozioni e storie personali si intrecciano. La pennellata materica non rappresenta solo un’immagine, ma un processo di memoria e riflessione. Qui niente è artificiale: tutto nasce da una lotta intima tra ordine e disordine, tra controllo e abbandono alle sensazioni più profonde.
Accanto ai dipinti, Pregoni inserisce un elemento insolito nell’arte contemporanea: il profumo. Sa bene che l’olfatto è un potente veicolo di memoria, capace di evocare ricordi profondi e ancestrali. Le fragranze, chiamate “O’toteman perfume”, non sono semplici aromi d’atmosfera o prodotti commerciali.
La sua ricerca punta alla dimensione scultorea e quasi rituale del profumo. Gli oggetti sono sculture stampate in 3D, un mix di elementi pop, riferimenti kitsch e spiritualità. Le fragranze giocano con note inedite: sentori fruttati, resinosi, fioriti si mescolano a molecole tipiche dell’industria profumiera, con tracce terrose e primitive. Anche i diffusori, senza meccanismi tecnologici automatici, mantengono un’impronta artigianale e imperfetta, sottolineando il rapporto umano e sensibile con chi li usa.
Pregoni ha affrontato fin dall’inizio il rischio di essere frainteso come chi fa appropriazione culturale. La sua posizione è netta: non si nasconde dietro finzioni o imitazioni. È un artista occidentale che usa i propri strumenti e cerca un confronto sincero e rispettoso con la cultura swahili.
Il suo lavoro non punta all’omologazione, ma a valorizzare le differenze, a cogliere la forza di una convivenza che non cancella le identità ma le esalta. Il concetto di “Ujamaa”, fratellanza, non è un compromesso che annulla le diversità, ma una rete di relazioni dove la ricchezza nasce dal confronto tra mondi diversi. Questa visione evita facili semplificazioni e invita a ripensare il vero valore della diversità.
Pregoni lancia una critica velata alle mode dell’arte contemporanea, spesso basate su provocazioni automatiche per attirare l’attenzione. Lui preferisce abbassare la voce, rallentare il ritmo e offrire uno spazio più raccolto, intimo, meno aggressivo.
Non rinuncia alla forza dell’arte, ma la riporta a un dialogo umano, meno effimero. Vuole che l’opera superi l’immediatezza e spinga a riflettere a lungo, rompendo stereotipi e aprendo la strada a nuove forme di empatia tra culture diverse.
Pregoni non nega il ruolo dell’intelligenza artificiale nell’arte, la vede come uno strumento possibile di liberazione. Ma mette in guardia dal rischio di perdere il pensiero personale e la sensibilità. L’esperienza fisica, la memoria del corpo e il dubbio umano restano insostituibili per un’arte che voglia essere viva.
Per lui, la pittura mantiene una forza intatta e preziosa. Non dà mai un significato unico, ma apre a interpretazioni diverse, creando un linguaggio che assomiglia alla poesia. Trasforma sensazioni invisibili in immagini, rendendo il mondo difficile da ignorare. Pregoni segue questa strada, confermando il ruolo della pittura come strumento di espressione e riflessione profonda nel panorama artistico di oggi.
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