A Venezia, la 54ª edizione del Festival Internazionale del Teatro ha cancellato ogni confine. Primavera 2026: sul palco, lingue e culture si intrecciano senza barriere. Il teatro non è più solo scena, ma un crocevia di arti e idee. Tradizione e innovazione si abbracciano, spingendo oltre i limiti del consueto Occidente. Il pubblico si ritrova immerso in un racconto fatto di suoni, movimenti e immagini che attraversano Oriente e Occidente, lontano ma sorprendentemente vicino. Al centro di tutto, due nomi: Emma Dante, Leone d’Oro, e Mario Banushi, Leone d’Argento. Due visioni coraggiose, due carriere scolpite con passione e forza.
Il Festival Internazionale del Teatro 2026 ha segnato una svolta chiara verso la varietà culturale. Il titolo Alter NATIVE ha indicato una strada precisa: superare i limiti geografici e stilistici per scoprire forme espressive meno note, radicate in tradizioni diverse dalla nostra. Anche se non sono mancati i talenti italiani emergenti, il focus è stato sugli artisti provenienti dall’Asia e dal Sud-est asiatico, con uno sguardo attento e rispettoso verso alcune espressioni teatrali più rare. Sul palco si sono susseguite performance cariche di simboli antichi che hanno dialogato con il pubblico veneziano, rievocando atmosfere e valori capaci ancora oggi di far riflettere su identità e memoria.
Questa varietà ha rappresentato una sfida per gli spettatori, abituati a un teatro più lineare. Qui, la parola spesso ha lasciato spazio a musica, danza, arti visive e a una narrazione fatta di segni, gesti e simboli. Un intreccio di linguaggi che ha cambiato il rapporto tra palco e platea, spingendo a un coinvolgimento più sensoriale ed emotivo.
Tra i protagonisti più interessanti del festival c’è la compagnia indipendente Bumi Purnati Indonesia, attiva a Giacarta dal 2007. Il loro obiettivo è doppio: da una parte conservare la ricchezza culturale indonesiana, dall’altra reinterpretarla con uno sguardo contemporaneo, mescolando artigianato, performance e innovazione.
Due loro spettacoli hanno raccontato il cuore di un vasto patrimonio mitologico e letterario locale. Under the Volcano, diretto da Yusril Katil, prende spunto dal poema del poeta sumatrano Muhammed Saleh che narra l’eruzione del Krakatoa del 1883. Lo spettacolo accompagna lo spettatore in un viaggio che parte dalla quiete di un villaggio, rappresentata con una coreografia che usa piatti di ceramica, per arrivare alla devastazione e al rinnovamento. Sul palco si intrecciano danza, musica dal vivo e acrobazie che richiamano le tradizioni circensi. Le scale di legno, usate come elementi mobili, diventano simboli di barriere, tombe e sogni di ascesa. In tutto questo, la parola resta un’eco, messa in secondo piano dalla forza evocativa degli altri elementi scenici, che insieme danno vita a una poesia visiva di respiro universale.
Il secondo spettacolo, The Tale of Boat, si ispira a un testo malese del poeta sufi Hamzah Fansuri, figura del XVI-XVII secolo, che mescola epica e misticismo. La regia di Sri Qadariatin unisce musica, danza e racconto orale per evocare un mondo lontano ma potente. Ne nasce un microcosmo scenico dove emozioni come amore, sfida e desiderio vengono raccontate con un uso sapiente di tecniche e tradizioni diverse, creando un racconto che incanta e fluisce come un mito.
Tra i volti più importanti del festival c’è la coreografa indiana Sharmila Biswas, interprete rigorosa e innovativa della danza Odissi, una delle più antiche forme di danza classica indiana. A Venezia ha presentato Mischief dance: A Journey Through Rhythm and Spirit, un lavoro in quattro parti che esplora spiritualità e fisicità di questa tradizione millenaria.
L’Odissi, danza complessa e codificata, prende vita attraverso il controllo del corpo, la mimica e la musicalità, e Biswas è riuscita a renderla accessibile senza perdere la sua profondità culturale e simbolica. Lei stessa ha introdotto lo spettacolo, spiegando con un tono diretto e amichevole i passaggi chiave e i significati di ogni sequenza. Il risultato è stato un equilibrio perfetto tra rituale e concretezza, capace di trasmettere una serenità intensa, frutto di tecnica raffinata e visione coerente.
Il 2026 ha dato spazio anche ai talenti emergenti italiani, con due letture sceniche nate dal bando Biennale College Teatro Drammaturgia, rivolto ad autori under 30. La catanese Bruna Bonanno ha presentato aka Jolly Roger, messo in scena dalla compagnia Motus, mentre il napoletano Davide Pascarella ha visto il suo Bacio sogno autodistruzione affidato a Alessandro Businaro, giovane direttore del Teatro Stabile del Veneto.
I due testi sono molto diversi, ma entrambi raccontano una generazione in bilico, alle prese con solitudini digitali e un futuro sociale incerto. Riflessioni sul disagio e sulla voglia di cambiare che si esprimono con linguaggi diversi: dal teatro più tradizionale e sperimentale, all’analisi psicologica e sociale dell’individuo contemporaneo.
Il giorno della chiusura del festival è arrivata la notizia: Willem Dafoe sarà ancora il direttore artistico della sezione Teatro della Biennale di Venezia per il biennio 2027-2028. La decisione è stata presa dal Consiglio di Amministrazione della Biennale, guidato da Pietrangelo Buttafuoco, dopo il favore del pubblico nelle ultime due edizioni.
Dafoe ha ringraziato per la fiducia e ha ribadito l’importanza del teatro come “arte totale”, capace di creare esperienze collettive vere. Il suo metodo, basato su una ricerca appassionata e aperta a nuove strade senza obiettivi fissi, ha tracciato la rotta delle ultime stagioni e continuerà a guidare la crescita del festival. Venezia resta così un punto di riferimento internazionale per le arti performative, grazie anche alla continuità di una direzione che spinge verso scambi culturali e sperimentazioni senza confini.
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