La 61ª Biennale di Venezia è cominciata sotto una nube di tensioni. Koyo Kouoh, la curatrice incaricata, è scomparsa improvvisamente proprio mentre il progetto prendeva forma, lasciando l’organizzazione in bilico. Nel frattempo, le polemiche politiche attorno alla presenza di paesi come Russia e Israele hanno acceso il dibattito. La giuria, esasperata, si è dimessa in blocco, costringendo gli organizzatori a un passo mai visto prima: affidare al pubblico la scelta dei premi. Eppure, in mezzo a questo caos, la mostra In Minor Keys emerge con forza. Si distanzia dagli stereotipi dell’arte didascalica e si tuffa in questioni profonde: memoria, identità, crisi contemporanee. Un successo inaspettato, che ha acceso la scena veneziana.
Il lavoro di Koyo Kouoh, portato avanti con determinazione nonostante le difficoltà, ha dato a questa edizione un tono diverso. Qui l’arte non è più solo denuncia politica o “lezione morale”, ma invita a riflettere su colonialismo, crisi ambientale e violenza con opere che colpiscono per forza visiva e qualità formale. La Biennale 2026 si presenta come un’esperienza a tutto tondo, capace anche di regalare momenti di autentica bellezza. Con 100 paesi in gara, un record che supera di gran lunga gli 86 del 2024, Venezia si apre oltre i tradizionali Giardini e Arsenale, coinvolgendo quartieri come Cannaregio, Dorsoduro, la Giudecca e persino San Servolo. Le mostre collaterali, come sempre, offrono spesso spazi più sperimentali, a volte più vivaci e innovativi della mostra principale.
Tra i protagonisti spicca Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, che ha saputo superare polemiche e accuse con un discorso appassionato e una gestione solida, guadagnandosi anche il sostegno di molti cittadini veneziani. Per chi passeggia per le calli, è facile sentire parole di apprezzamento, al di là delle divisioni politiche legate al contesto internazionale.
Il cuore pulsante dell’arte americana non si trova però ai Giardini, ma a Ca’ Corner della Regina, con la mostra Helter Skelter della Fondazione Prada. Qui Arthur Jafa e Richard Prince esplorano i meccanismi tossici dell’immaginario statunitense, tra razza, violenza e cultura pop. Il risultato è un mosaico complesso e potente, che evita facili sociologismi per proporre uno sguardo lucido e disturbante sull’America di oggi.
Mentre la mostra principale resta più cauta sul tema tecnologico, diverse esposizioni collaterali si fanno notare per l’originalità con cui affrontano intelligenza artificiale e digitale. A Palazzo Diedo, STRANGE RULES, curato da Mat Dryhurst, Holly Herndon e Hans Ulrich Obrist, mette sotto la lente il potere degli algoritmi, andando ben oltre il semplice gadget artistico e aprendo a riflessioni sulle nuove forme di autorità digitale. Artisti come Trevor Paglen e Lynn Hershman Leeson aiutano a tracciare il profilo di quella che viene chiamata Protocol Art, un ambito complesso ma capace di coinvolgere.
Molto intensa è anche l’installazione RAGE BAIT di Eva e Franco Mattes, tra Palazzo Franchetti e la Giudecca. Un’indagine sul capitalismo delle emozioni che sfrutta indignazione e viralità come risorse economiche. Il fatto che l’opera sia ospitata in una casa privata sotto la chiesa del Redentore, con una piscina che accoglie la video installazione, aggiunge una dimensione di straniamento e riflessione sulla relazione tra emozione e mercato digitale.
L’intervento site-specific di Tino Sehgal, The Kiss, presente a AMA Venezia, conquista per intensità e originalità. La performance coinvolge lo spettatore con una coreografia fatta di presenza e assenza, dove una coppia nuda si bacia in uno spazio buio. Un evento raro, che torna a Venezia dopo oltre vent’anni dalla sua prima apparizione, e continua a sorprendere per la sua carica emotiva.
Altra sorpresa arriva dal Museo Fortuny con la retrospettiva dedicata a Erwin Wurm. Il dialogo tra le deformazioni corporee dell’artista austriaco e l’universo stilistico di Mariano Fortuny scorre fluido, senza forzature interpretative. La mostra trova un equilibrio raro tra ironia e profondità, giocando su materiali, forme e superfici che collegano passato e presente. Anche i Musei Civici veneziani, con iniziative come il MUVEC a Mestre e progetti video al Museo Correr, contribuiscono a rendere ricca questa edizione.
Venezia 2026 conferma la città non solo come capitale mondiale dell’arte, ma anche come arena politica dove i conflitti globali si riflettono e si discutono apertamente. Le proteste contro la presenza di Israele e Russia non sono solo simboliche, ma si traducono in manifestazioni con striscioni e performance che sottolineano il ruolo dell’arte come terreno di confronto e scontro sociale. Questo clima teso ricorda che l’arte non può e non deve ignorare le questioni etiche e politiche che segnano il presente.
Tra le proposte più originali c’è il percorso immersivo nel Giardino dei Carmelitani Scalzi, un’oasi di quiete nel caos della Biennale. Intitolato L’orecchio è l’occhio dell’anima, si ispira alla viriditas di Ildegarda di Bingen, la forza vitale che attraversa natura e corpo. Tra suoni di Patti Smith, Brian Eno e Meredith Monk, e i rumori ambientali come la ghiaia sotto i passi e le campane veneziane, si crea un’atmosfera sospesa e fragile. Questa installazione segna anche il ritorno della committenza pontificia nelle arti contemporanee, una mossa culturale di lungo respiro.
Dopo anni in cui è rimasta ai margini, la videoarte riprende spazio con narrazioni immersive e immagini in movimento, raccontate con intelligenza e sensibilità. Opere importanti sono presenti non solo nella mostra principale ma anche nelle mostre collaterali. Da Do U Dare! di Shirin Neshat a Palazzo Marin, a Spiral Economy di Julian Charrière al Museo Correr, fino alla piattaforma nomade Contemporary Forces alla Giudecca, si avverte una nuova attenzione alla lentezza narrativa e alla durata dell’esperienza visiva. Anche la selezione Canicula della Fondazione In Between Art Film al Complesso dell’Ospedaletto contribuisce a rilanciare il video come mezzo di riflessione estetica e sociale.
Non mancano però le ombre. I padiglioni di Stati Uniti, Cina e India mostrano una certa timidezza, quasi paura di osare. Raccontano storie poco ambiziose, lontane dall’innovazione o da un reale approfondimento critico. Sorprende la mancanza di rischio, considerando i talenti e le risorse a disposizione. Spesso la politica, con le sue interferenze autoritarie o populiste, pesa negativamente sulla qualità delle proposte. Di fatto, la vera arte americana si vede alla Fondazione Prada, non al padiglione ufficiale.
Anche gli orari di apertura rappresentano un problema. La Biennale richiama folle immense, ma le chiusure anticipate e le regole rigide da museo tradizionale non aiutano. Chiude alle 19, soprattutto nei primi giorni, un orario decisamente stretto per un evento di questa portata. Esperienze come Art Basel hanno dimostrato che aperture serali e ingressi scaglionati migliorano la fruizione. Qui, invece, code e occasioni perse sono state all’ordine del giorno. Sarebbe importante un po’ di flessibilità per valorizzare davvero tutta la vastità dell’offerta.
L’opera Migrant Child di Banksy sta attirando nuova attenzione, ma rischia di perdere il suo spirito originale. Nato come gesto fragile, destinato a scomparire sotto l’effetto degli agenti atmosferici, il murale è ora sotto restauro e valorizzazione formale da parte dei proprietari dell’edificio. Il progetto si accompagna a conferenze e eventi pubblici, trasformando l’intervento clandestino in una vetrina turistica e culturale. Così si rischia di perdere l’anima ribelle del gesto, trasformandolo in un brand allineato alle strategie promozionali di Venezia.
Tra i padiglioni più fotografati spiccano Austria e Giappone, entrambi alla ricerca di viralità e impatto. L’Austria di Florentina Holzinger si ispira all’azionismo viennese, puntando su una spettacolarizzazione estrema del corpo femminile attraverso performance in ambienti acquatici e sonori. L’effetto shock è garantito, ma a volte si perde complessità per una reazione immediata e divisiva.
Il Giappone risponde con tenerezza e gioco, grazie all’opera di Ei Arakawa-Nash: bambolotti da accudire, installazioni interattive con QR code, pannolini poetici. Un’esperienza calorosa, ma calibrata per diventare contenuto social, pensata più per la condivisione che per la riflessione profonda.
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